«Ora moriamo insieme abbracciai una ragazza»
di Mino Milani I giorni cosiddetti "indimenticabili" (e non strettamente correlati a vicende familiari) sono piuttosto rari, mi sembra, anche nel corso di una vita lunga, come per esempio la mia. Il 26 settembre 1944 mi è uno di quelli. Il tempo passa, nulla cambia: cielo, fiume, ponte, rumori, grida, paura: tutto resta. Ma se non restasse, lo confesso, perderei troppo. Bombardavano i ponti: colpiti quello della ferrovia e quello dell'impero, restava testardo quello vecchio, con a sfondo le macerie del Borgo basso. Andavo a salutarlo ogni giorno, anche se mi rattristava (commuoveva) vederlo com'era, scoperchiato in gran parte, senza la cappella, dalla cui crocetta ci si tuffava in Ticino. Ora sarebbe toccato a lui, era chiaro. Vennero giusto quel 26; ero, con la mia bicicletta, tra la piccola folla che vi si radunava davanti ogni giorno, e quello era giorno di cielo già autunnale, con folate di vento. Furono quelle ad impedire in qualche modo che ci giungesse il vum-vum-vum degli aerei. Fossero stati quelli oggi, saremmo morti tutti ancor prima di rendercene conto; quelli di settant'anni fa facevano invece quel rumore; e quando lo sentimmo, erano già in vista. Grida, terrore, fuga. Rattrappito su me stesso pedalai follemente senza sapere verso dove; il rombo diventava sempre più basso e ossessionante: e da esso poi si staccò una sorta di urlo spaventoso. Avevano sganciato! Il fragore mi travolse; sentii, mentre la terra tremava, un colpo di vento ardente caldo che mi raggiungeva sospingendomi in avanti con violenza irrimediabile; non controllai più la bici, caddi e rotolai a terra. Vidi sotto un portone un uomo che gridava e agitava le braccia; sospinto ancora da quel vento lo raggiunsi, con lui attraversai un cortile, entrammo in uno stanzone. Tutto tremava. Le bombe cadevano. Al riparo, se quello era un riparo. Ci saranno stati dentro anche degli uomini, ma mi parve di vedere solo donne: e vecchie, anche (ma allora non sapevo che ai ragazzi sembrano giovani solo quelli come loro); stavano pregando a mani giunte. Adesso morirò, credo di avere pensato; e allora sentii, come potrei dire?, una sorta d'orgoglio: se ero l'unico ragazzo, sarei morto da uomo. Questo, se non cancellò la paura, mi costrinse al coraggio. Mi appoggiai a un muro e mi tirai su dritto. Va bene, moriamo. Poi vidi la ragazza. Doveva avere più o meno la mia età. Lunghi capelli biondi, pallida, disperatamente sola, come me; pregava anche lei, a mani giunte, seduta tra due donne, forse la mamma e la zia, chissà. Pregando, si guardava attorno smarrita. Così incontrò i mei occhi. Non ci eravamo mai visti, ma fu come se ci riconoscessimo. E intanto dovevano essere giunti altri aerei, perché quel frastuono del cielo era ripreso, erano riprese le esplosioni. Nello stanzone grida, adesso, calcinacci, vetri rotti, odore di ferro rovente; confusione, e tutti in piedi; non so come, mi trovai accanto a lei, ci guardammo ancora. Pensammo forse di avere qualcosa comune: e in realtà l'avevamo: l'adolescenza. Ci abbracciammo. Non so chi sei, ma moriamo insieme. Poi venne quello strano silenzio, quel senso di stanchezza. Era finito. Non abbracciavo più nessuno. Eravamo vivi. Uno sguardo attorno, ma non vidi la ragazza. Uscii, il cortile era disseminato dai vetri, mattoni, tegole. Schegge d'acciaio e nere e fumanti, o ancora roventi. Raccolsi la mia bicicletta, vi salii e andai all'unico posto dove potevo andare. Già v'era una certa folla. Quella sì era forza. Sgomento, però. Silenzio rotto da qualche parola. Commozione e sollievo. Il ponte vecchio non aveva più un'arcata, più nulla della copertura. Colpito, alla fine. Ci si poteva benissimo piangere. Ma ora gli aerei non sarebbero tornati.