UN PIANO AL PASSO CON I TEMPI
di FERDINANDO CAMON Renzi ha lanciato ieri la sua riforma della scuola. È una grande cosa, perché finalmente un capo del governo mostra di aver ben capito i punti deboli del nostro insegnamento. Abbiamo un corpo insegnante non rinnovato da tanti anni, dunque vecchio, e vecchio oggi significa che non ha la cultura per collegarsi con i giovani. Bene: Renzi promette 150mila nuovi assunti entro il prossimo settembre. Abbiamo un sistema d'entrata nel lavoro d'insegnante farraginoso, senza una vera selezione: bene, con la riforma si entrerà solo per concorso. Abbiamo una marea di supplenti, il che vuol dire insegnamenti spezzettati e non-coerenti nel corso dell'anno. Bene, le supplenze saranno abolite. Abbiamo sempre avuto, dalla nascita della Repubblica, una carriera degli insegnanti fondata sugli scatti d'anzianità: un insegnante guadagna di più man mano che invecchia. Un'assurdità totale, perché man mano che invecchia, invecchia anche la sua cultura, e quindi insegna peggio. È il cancro del nostro sistema scolastico. La promozione per anzianità è l'esclusione della meritocrazia, e un lavoro dove non si premia il merito diventa sempre più mediocre e ripetitivo, e sempre meno redditizio. È per questo che dalle nostre scuole escono diplomati e laureati che non reggono il confronto con i coetanei di Spagna, Francia, Germania. Renzi introduce un sistema lambiccato, sul quale ritorneremo presto, perché non ci convince. Dice così: «Scatti, si cambia: ogni 3 anni 2 professori su 3 avranno in busta paga 60 euro netti al mese in più, grazie ad una carriera che premierà qualità del lavoro in classe, formazione e contributo al miglioramento della scuola». In realtà se lo scopo è sfornare diplomati di buon livello, il mezzo deve agire su quel livello, migliorarlo, alzarlo, e dunque premiare chi già lo fa. I nostri insegnanti hanno bisogno di aggiornamento, non ogni tanto, ma sempre: l'aggiornamento dev'essere continuo. I ragazzi sono per natura portati a vivere in connessione, la connessione è un modo per vivere la vita insieme, e dunque tutte le scuole devono avere la banda larga e il wifi. Nella scuola bisogna introdurre o potenziare la musica (chi non sa la musica non capisce la poesia e la letteratura) e l'arte: uno studente non può diplomarsi qui da noi con la spolveratina d'arte che riceve oggi, questa è l'Italia, conoscere l'arte qui vuol dire anche avere più possibilità di trovare o creare lavoro. Bisogna stringere un'alleanza fra scuola e lavoro, la Germania lo fa da tanto tempo, chi esce dalla scuola deve già conoscere qualche lavoro e sapere dove trovarlo, o almeno dove cercarlo. Va tutto bene, in questa riforma, ma torniamo un attimo al punto capitale, che è l'introduzione della meritocrazia. Qui il problema è che il nostro Stato è cieco dalla nascita, è nato cieco. Se tu vai in una fabbrica, ogni capo-squadra sa chi sono i migliori lavoratori della sua squadra, ma nel mondo della scuola il preside non lo sa e il provveditore non lo sa. Non è che il mezzo per sapere chi sono gli insegnanti migliori non esista, è che non viene applicato. Se un insegnante ha, percentualmente, una quota più alta di licenziati all'esame di fine-corso, e di diplomati con un buon punteggio, quell'insegnante andrebbe distinto anche nel compenso. Le commissioni esterne che esaminano gli studenti alla fine di un ciclo, esaminano anche i loro insegnanti, il programma che hanno svolto, la cultura che hanno trasmesso. Le commissioni si fanno un'idea precisa della scuola da cui i ragazzi provengono. E lo Stato che non ha nessuna idea. Se vuole introdurre il merito, deve aprire gli occhi. Gli studenti sanno quali insegnanti sono bravi, le famiglie lo sanno, è lo Stato che non lo sa. Poiché Renzi lancia una consultazione pubblica e invita tutti a fargli delle critiche (matteo@governo.it), qui gli segnalo questa mia. (fercamon@alice.it) ©RIPRODUZIONE RISERVATA