Senza Titolo
di RENZO GUOLO Lo avevano promesso e, purtroppo, lo hanno fatto. Lo Stato Islamico mette in rete la decapitazione di Steven Sotloff, l'altro giornalista americano nelle mani dei miliziani islamici. Il boia è , ancora una volta, "John l'Inglese", lo stesso di Foley, che annuncia, tragicamente, di essere tornato rivolgendosi a Obama. Il rilascio di Sotloff era stato condizionato alla cessazione degli attacchi contro il gruppo jihadista, ipotesi ovviamente esclusa dagli Stati Uniti che, non solo sono impegnati nel proseguire i raid aerei ma stanno cercando di costruire una coalizione di forze , anche ostili tra loro ma tatticamente unite dall'avere come nemico l'organizzazione di Al Baghdadi, capace prima di contenerlo e poi sconfiggerlo definitivamente. È noto che gli Stati Uniti non pagano alcun riscatto, al contrario dei Paesi europei, per i propri ostaggi. La sorte del reporter era dunque legata, come già nel tentativo fallito per liberare Foley, alla possibilità che le forze speciali Usa riuscissero a rintracciare le prigioni mobili del "circuito penitenziario" jhadista gestito dall'incapucciato John insieme a altri secondini britannici chiamati , distorcendo la leggendaria voglia di vita che emanava dai loro pezzi, i " Beatles". La decapitazione di Sotloff conferma il carattere rituale delle esecuzioni. L'iconografia è sempre la stessa. L'ostaggio, con la tuta arancione indossata dai prigionieri di Guantanamo, è inginocchiato, le mani legate dietro la schiena, mentre il carnefice rivolge, con il solito accento british, accuse agli Usa e minaccia di procedere, la prossima volta, all'esecuzione dell' ostaggio britannico David Cawthorne Haines. Anche in questo caso, come già Foley, la vittima sacrificale è costretta a "confessare" prima dell'esecuzione, a riversare la colpa della sua imminente fine, non tanto sui portatori della terribile utopia totalizzante che dispongono della sua sorte, quanto sugli Usa che osano attaccare lo Stato Islamico. Nella luce accecante di questo "buio a mezzogiorno" in versione mediorientale, si conclude così anche la vita del secondo reporter americano, ripreso poi , come di consueto, con la testa mozzata sul corpo. Una pratica, quella dello sgozzamento rituale, che punta a generare il terrore negli occidentali, che da tempo hanno intrapreso un processo di decostruzione e rimozione, della morte, rendendola asettica, tecnologica , sempre meno visibile. L'esecuzione con la lama ne stravolge la sterilizzazione. Attraverso il web lo spettatore occidentale conosce il nome, la biografia, il volto della vittima: ed è costretto a identificarsi con essa La morte si si individualizza, evocando paure ancestrali. La vittima è ridotto a animale. La decapitazione rituale rimanda, infatti, allo sgozzamento degli animali praticato nella tradizione religiosa nell'intento di purificarli dal sangue "impuro". Il tutto mentre il "sacrificatore" incide la gola della vittima al grido di «Dio è grande!». Uno "spettacolo" truce, fatto di rantoli e sangue, che mira a esaltare i simpatizzanti dello jihadismo e seminare il terrore tra gli occidentali. Un tragico, secondo messaggio all'America, quello lanciato dallo Stato Islamico, che però non otterrà lo scopo di fermare Obama. Troppo pericoloso, per molti, il progetto neocaliffale dello Stato Islamico. Lo scontro finale tra le forze del Califfo nero e quelle della "coalizione degli opposti" si avvicina. ©RIPRODUZIONE RISERVATA