Senza Titolo
di LUCIANO TANCREDI La parola chiave "tredicenni" digitata sui computer di casa Bossetti, alla ricerca di immagini pedoporno, potrebbe nel processo rivelarsi più utile all'accusa perfino del test del dna che ha permesso di identificare e portato in carcere il muratore di Mapello, rilevando la quasi totale corrispondenza tra il suo profilo genetico e quello di "ignoto uno" trovato sugli indumenti intimi dell'adolescente Yara Gambirasio. La strategia della Procura di Bergamo è cambiata: non più scienza, ma suggestione. Per smontare l'immagine di uomo tutto casa e cantiere che Massimo Giuseppe Bossetti e la moglie Marita, tra una deposizione e un'intervista, tentano di accreditare. Anche le relazioni extraconiugali della donna, da lei negate ma confermate dai suoi amanti agli investigatori, pur apparendo non pertinenti con l'indagine - al pari del vezzo del muratore di abbronzarsi artificialmente - sono invece tese a dipingerlo, davanti all'Italia e alla futura giuria, come un inaffidabile edonista a capo di una famiglia tutt'altro che felice. Un sistema in voga, utilizzato anche per distruggere l'immagine di militare tutto d'un pezzo forgiato da missioni in zone di guerra al servizio del Paese del caporalmaggiore Salvatore Parolisi, o di mite e laboriosa ragazzina dal viso angelico di Amanda Knox, o di studente modello di Alberto Stasi. La squadra agli ordini del pm Letizia Ruggeri cerca di riempire di indizi e - appunto - suggestioni, l'un per cento scarso di compatibilità tra Ignoto uno e Bossetti che la scienza non riesce a colmare. Con una domanda sullo sfondo: si potrà condannare solo in base al risultato del test del dna, anche in presenza di una corrispondenza del 99 per cento? Basterà una pur altissima percentuale per emettere una sentenza che vada oltre ogni ragionevole dubbio? La risposta è no. L'esperienza di tanti processi che tuttora dividono il Paese insegna. Il delitto di Garlasco ne è l'esempio più lampante. Ma anche in altri celebri casi, come quello di Meredith Kercher (il dna sul gancetto del reggiseno), o di Melania Rea (la saliva nella bocca della vittima, prova del "bacio della morte" di Parolisi) sulla fondatezza test del Dna si sono giocate partite importanti tra accusa e difesa, che hanno lasciato un retrogusto di dubbio. I nodi da sciogliere in aula saranno non solo la compatibilità totale tra i due profili genetici, ma anche la quantità effettiva e l'affidabilità del dna rilevato sul cadavere della vittima. L'accusa dovrà dimostrare che si tratta di un campione non contaminato, conservato perfettamente e di quantità sufficiente per assicurare un risultato sicuro. Per smontare questa tesi la difesa giocherà le sue carte: casi di incriminazione di persone sbagliate a causa della contaminazione dei campioni del Dna si sono già verificati. E molti genetisti sono concordi nel dire che in quell'un per cento scarso di margine di errore si celano infinite combinazioni opposte. Un colpo di fortuna come nel cold case del delitto dell'Olgiata, ovvero la confessione del domestico filippino Winston, accusato dell'omicidio della contessa vent'anni dopo proprio dal test del Dna, a questo punto sembra insperato. E un processo carico di colpi bassi e polemiche si profila all'orizzonte. Una manna per i mass media, meno per la nostra giustizia, che sempre di più, invece di partire dall'indagine tradizionale per poi cercare conferme dalla scienza, imbocca il percorso inverso. Il caso di Yara, con i suoi 18mila dna raccolti per arrivare a "ignoto uno" è l'emblema di questa anomalia.