Ebola, guariti e dimessi due pazienti Usa

di Andrea Visconti wNEW YORK «Questo è un giorno in cui mi sento miracolato», ha esclamato ieri Kent Brantly, pochi minuti prima di venire dimesso dal reparto malattie infettive dell'Emory University Hospital di Atlanta. «Sono felice di essere vivo». Questo americano colpito dal virus di Ebola il mese scorso in Liberia ha lasciato l'ospedale tenendo per mano sua moglie Amber e ha abbracciato tutto il personale che si è preso cura di lui durante il periodo di degenza iniziato lo scorso 23 luglio. Il contatto fisico con la moglie e con i dipendenti dell'ospedale non è stato solamente una manifestazione di affetto, ma anche un'importante dimostrazione che non è più contagioso. Il texano Brantly - che in Liberia lavorava per l'associazione di assistenza Samaritan's Purse - dopo trenta giorni di isolamento durante i quali ha potuto comunicare con Amber solo da dietro un vetro di protezione può tornare a vivere con la moglie e con i suoi due bambini, può abbracciare chiunque senza il rischio di passare il devastante virus che ha già fatto 1.350 vittime in Africa occidentale. Ma secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità la situazione reale è ancora più drammatica: il numero delle vittime sarebbe almeno il 20% in più e la discrepanza nei numeri rifletterebbe l'atteggiamento di familiari delle vittime che nascondono la ragione del decesso per evitare l'isolamento. Brantly è stato dimesso dall'ospedale dopo due esami del sangue condotti in due giorni differenti che hanno dato risultati negativi. Non ci sono più tracce di Ebola. Sono scomparse dal suo corpo così come da quello di Nancy Writebol, un'altra americana che lo aveva contratto il Liberia e che era stata curata allo stesso centro di Atlanta. Sia il trentatreenne Brantly che la cinquantanovenne Writebol - missionaria originaria del North Carolina - sono rimasti in isolamento per più di un mese mentre gli epidemiologi dell'Emory University Hospital somministravano loro un farmaco ancora in fase sperimentale chiamato ZMapp. A Brantly inoltre era stata fatta una trasfusione di sangue tratto da un bambino di quattordici anni che era riuscito a eliminare la presenza del virus mortale dal suo corpo. La Writebol era stata dimesse due giorni fa non facendo però trapelare la notizia per motivi di privacy. Lei e il marito David avevano potuto lasciare l'ospedale di Atlanta senza attirare l'attenzione delle televisioni e finendo in un luogo riservato per riprendersi dopo trenta giorni di cure intensive. Diverse, invece, le dimissioni di Brantly che ieri sono avvenute in modo assai pubblico, proprio per rendere noto che almeno negli Stati Uniti il virus di Ebola può venire contenuto e curato se preso per tempo e gestito nel modo opportuno. ©RIPRODUZIONE RISERVATA