L'OPINIONE

(segue dalla prima pagina) sulla cosiddetta «guerra giusta», ben presente da sempre nella dottrina della Chiesa, da Agostino e Tommaso in qua. Lo ha lasciato sullo sfondo, per così dire, escludendo però con la sue parole, altrettanto implicitamente, ma non per questo meno chiaramente, ogni posizione di pacifismo a buon mercato e a spese altrui. Troppo alta è la posta in gioco: il principio supremo della difesa dei più deboli dalla violenza dei più forti. La guerra, diceva Erasmo citando Pindaro, è dulce inexpertis, può attrarre e sedurre solo chi non ne ha mai avuto esperienza, chi non l'ha mai provata. Ma la difesa dai deboli è un dovere cristiano, sembra ricordarci papa Francesco. Non meno importante è il richiamo fatto agli organismi internazionali, l'Onu esplicitamente citata come fonte di legittimazione dell'intervento. Non i bombardamenti dei droni di un solo Paese, ma un intervento deciso da un'organizzazione che raccoglie tutte le nazioni, nelle forme e nei modi che esse collegialmente stabiliranno. È una sorta di garanzia di terzietà, di giudizio di imparzialità che assicura a quell'intervento, proporzionato alle esigenze che lo hanno reso necessario, ciò che il Papa giustamente sollecita. Come non essere d'accordo con lui? Troppe volte abbiamo visto interessi di parte essere spacciati per qualcos'altro. Ma c'è un ma. Anzi due, a essere sinceri. Innanzi tutto, è difficile avere dubbi nella specifica fattispecie sulla natura dell'aggressione a cui è stata data sinora una risposta ancora non legittimata da alcuna organizzazione internazionale. Aggressione feroce e sanguinaria, la cui motivazione principale appare essere addirittura di carattere religioso, la guerra santa di un islam iper fondamentalista, o come lo si voglia definire, contro non solo altre fedi - quelle cristiana in primo luogo - ma anche contro minoranze pacifiche e inoffensive, oltre che contro osservanze diverse della stessa fede islamica. Difficile dunque avere dubbi sulla sua natura. Così come difficile è pensare che altre possano essere le modalità di intervento rispetto a quelle militari, quale che ne sia la concreta espressione sul terreno, o nei cieli del martoriato Iraq. Il secondo dubbio riguarda il riferimento al ruolo dell'Onu. Mai come negli ultimi anni è apparsa istituzione debole, poco efficace sugli scenari di crisi in cui è stata chiamata a svolgere il suo ruolo, con poche eccezioni. Per almeno due ragioni, che non occorre essere raffinati studiosi di politica e relazioni internazionali per cogliere. In primo luogo i "tempi di reazione". Troppo spesso è accaduto che dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur, e non fa differenza che oggi la Roma cui si guarda sia New York. In secondo luogo, l'Onu è rimasta più o meno quella che era alla sua nascita, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, cioè a dire un'organizzazione internazionale che, ancorché animata da principi e finalità sacrosante, vede alcune potenze mondiali avere in mano un'arma che troppo spesso ha dimostrato di essere in grado di paralizzare l'organizzazione stessa, cioè il diritto di veto su decisioni e risoluzioni ritenute in contrasto con gli interessi particolari di una o l'altra di queste potenze. Con tutte le conseguenze del caso. È troppo sperare in un discreto ma attivo intervento della più alta autorità morale oggi al mondo riconosciuta, papa Francesco appunto, per una riforma oggi indispensabile dell'Onu che ne renda più forte il ruolo e la funzione? ©RIPRODUZIONE RISERVATA