IL FEROCE RITUALE DEL SANGUE
di RENZO GUOLO Tornano immagini che non si vorrebbero più rivedere. La decapitazione rituale di James Foley rimanda alla sanguinaria epopea di Zarkawi. L'iconografia è la stessa, anche se mancano vessilli e kalashnikov: l'ostaggio è inginocchiato, le mani legate dietro la schiena, con la tuta arancione indossata dai prigionieri di Guantanamo che sottolinea la reciprocità di trattamento: almeno sino al tragico, e diverso, epilogo finale che chiude la storia. A sua volta, il carnefice rivolge, con un accento che fa pensare si tratti di uno dei molti jihadisti europei, forse un britannico, impegnati a combattere sulla "via di Dio" in Siria, una minaccia all'America. Un avvertimento a chi osa lanciare raid contro i mujahidin del Califfo nero. Scene drammatiche, quelle che provengono dal "circuito penitenziaro" dello Stato Islamico, dove sono rinchiusi gli ostaggi catturati in Siria e in Iraq. Il meccanismo è sempre identico, come vogliono i rituali. E quello di decapitazione lo è. Foley è costretto a "confessare" prima dell'esecuzione, riversando la colpa della sua drammatica fine su quelli che vengono indicati come gli "autentici" colpevoli della sua imminente morte. Non tanto i protagonisti di stragi di massa, pulizie etnoreligiose, riduzione in schiavitù di donne trasformate in bottino di guerra, ma gli Usa che osano attaccare lo Stato Islamico. Nella luce accecante di questo "buio a mezzogiorno" in versione jihadista, si conclude così la vita del reporter americano, ripreso poi con la testa mozzata sul corpo inerte. Una pratica, quella dello sgozzamento rituale, che nelle intenzioni di chi la compie ha una duplice funzione. Infonde terrore agli occidentali, che da tempo hanno intrapreso un processo di continua decostruzione, e rimozione, della morte, rendendola asettica, tecnologica, sempre meno visibile. Attraverso il web lo spettatore occidentale viene invece a conoscenza del nome, della biografia, del volto della vittima: ed è costretto a identificarsi con essa. La morte si materializza e si individualizza, evocando paure ataviche. La mediatizzazione dell'orrore si rifà allo sgozzamento degli animali praticato nella tradizione religiosa. Il taglio della gola non ha la funzione, solo, di sopprimere la vittima sacrificale ma di purificarne, attraverso l'uscita del sangue "impuro", il corpo "corrotto", carico delle colpe collettive dei nemici del Califfato. Il tutto mentre il "sacrificatore" cala la sua lama sul collo della vittima al grido di «Dio è grande!». Uno spettacolo truce, che tra i simpatizzanti dello jihadismo suscita, invece, un senso di rivincita sull'odiato Nemico e l'esaltazione per il terrore che quello prova nel vedere le cruente immagini. Nel caso specifico, il terrore è alimentato dal timore di una possibile serialità. Il carceriere omicida mostra anche l'altro ostaggio, il corrispondente di Time Steven Sotloff, probabilmente costretto a assistere all'esecuzione del suo compagno di prigionia, annunciando la sua morte certa se Obama continuerà a attaccare. Triste sorte, quella degli ostaggi dell'Isis. Tra essi possono esserci anche italiani. Non solo padre Paolo Dall'Oglio, del quale da molto tempo non si hanno più notizie e forse caduto proprio per mano degli uomini in nero, nel vano tentativo di convincerli a evitare inutili sofferenze alle popolazioni locali. Ma anche le due giovani volontarie rapite di recente nella zona di Aleppo. Forse da criminali comuni, che potrebbero esser tentati dal monetizzare il sequestro cedendole ai ben più determinati e feroci combattenti del Califfo. Da questo punto di vista complica le cose l'attivismo italiano e europeo nel teatro iracheno, simboleggiato dal viaggio nella regione di Renzi e sfociato nella decisione di fornire armi ai curdi. Per lo Stato Islamico gli italiani non sono più generici occidentali, liberabili dopo il pagamento di un riscatto. Ora sono tornati a essere Nemici sul campo, bersagli il cui "valore" politico cresce. Lo ammette lo stesso ministro Mogherini, quando ricorda che lo Stato Islamico è una minaccia anche per l'Unione Europea. Siamo di nuovo al fronte. ©RIPRODUZIONE RISERVATA