Senza Titolo
Quando si dice che nella vita c'è sempre qualche incontro importante a fare da ponte con il cambiamento, è una sacrosanta verità. Con il cardinale Carlo Maria Martini fu un incontro emozionante, rammento i nostri passi, i miei incerti, pericolosamente attratti dal lucido dei pavimenti del palazzo gentile. I suoi silenziosi, leggeri. Seduti l'uno di fronte all'altro, non ci fu confessione concordata, neppure rumore di ostinato silenzio a frapporsi tra noi. I sussulti del cuore non accettavano cerimoniali. Lui ben conosceva la mia storia, la mia vita passata per molti versi indicibile. Non cercò mai di scavare nel cratere aperto, dove le ferite sanguinavano, le fratture tentavano di ricomporsi. Quanto tempo è caduto da quel primo incontro straordinario, tutto ciò sta al secolo scorso, lo vidi, lo ascoltai, me ne andai portando le mani alle tasche, la sensazione non fossero più vuote. Diciotto anni fa, un incontro accaduto fuori da ogni immagine precostituita, il desiderio di guardare negli occhi l'uomo della pace e della riconciliazione brigatista, l'uomo della giustizia, l'uomo della parola potente che scoperchia le convinzioni cieche. Mi resta impressa nella mente la sua riflessione sul carcere e sulla pena: "Non ci si può limitare a pensare a "pene alternative" ma è necessario immaginare "alternative alle pene". Qualcuno lo ha definito un uomo tenace, coraggioso, acuto, straordinariamente colto, ricordo il volto di quest'uomo, i suoi occhi, le sue mani congiunte vicine alle labbra, sento ancora ora il peso drammatico della mia sofferenza, e come riuscì a farne pratica di vita per ritrovare un senso, strattonandomi il cuore. Gli uomini che vanno incontro al mondo con lo sguardo in alto non temono l'ignoto sul proprio cammino, Martini non ha mai avuto scarti da colmare, il suo coraggio è stato interamente umano. Nella mia vita ho avuto grandi fortune, ho conosciuto persone che non replicano mai se stesse, pezzi di umana condivisione, finanche un dolore acuto che spinge avanti la speranza che s'impara a fare crescere, a rispettare. Quando il colloquio giunse al termine, mi disse qualcosa sottovoce, qualcosa che poi mi regalò come introduzione a un mio libro: «Le parole sono dure come macigni, è come essere presi a pugni nello stomaco, chissà quale fatica nel rievocare tanti ricordi orrendi. Nel leggere viene un nodo alla gola per le vittime, e una domanda: c'è redenzione sulla terra? Ci sarà mai perdono? E' un mondo nero quello che tu rievochi, ma io conosco qualcosa del tuo faticoso cammino per uscire dal pozzo, del tuo desiderio di fare qualcosa (ma quanto è possibile fare con le sole forze umane?), nello sforzo di riparare e ricostruire. Ma c'è una stella che ti guida, anche se la luce è ancora fioca. Io la vedo e ti incoraggio a camminare. Sarà un aiuto per tutti». Vincenzo Andraous Pavia