LE SOLUZIONI GUARDANO AL PASSATO
di ALBERTO FLORES D'ARCAIS Se prendiamo come data d'inizio il rapimento e l'assassinio dei tre ragazzini israeliani (12 giugno), l'attuale conflitto tra Israele e Gaza ha già raggiunto il suo 50esimo giorno. Ovvero la guerra più lunga mai combattuta dall'esercito di Gerusalemme dai tempi della guerra d'indipendenza (1948). Dopo cinquanta giorni di combattimenti (bombardamenti e invasione di terra da una parte, lancio di missili e incursioni di commandos dall'altra), con i mille e passa civili morti nella Striscia e le decine di soldati israeliani uccisi, non si vede ancora una via d'uscita. Due settimane fa la mediazione di pace dell'Egitto (accettata da Israele), che riportava tutto alla status quo antecedente il conflitto, era stata respinta da Hamas senza un motivo razionale e senza dare alcuna spiegazione; nei giorni scorsi il piano di tregua del Segretario di Stato Usa John Kerry - giudicato troppo favorevole ai palestinesi - era stato fatto fallire sostanzialmente da Netanyahu. Apparentemente la situazione è senza via d'uscita. Hamas continua a sparare i suoi razzi (anche nei pochi momenti di tregua concordata) sui villaggi e contro i civili israeliani, con il rischio (è accaduto) di "fuoco amico" anche per chi abita nella Striscia. Israele parla di "guerra continua" fino a quando l'obiettivo deciso da Netanyahu (la distruzione dell'apparato militare di Hamas) non venga raggiunto. Da un punto di vista militare i missili palestinesi hanno un effetto - grazie all'Iron Dome - (quasi) nullo; psicologicamente sono però terrificanti per i cittadini di Israele che devono convivere con gli allarmi delle sirene e con le corse ai rifugi anche in una grande città come Tel Aviv. Le bombe dei caccia e l'avanzata via terra dei blindati di Gerusalemme sono più efficaci ma - esattamente come accadde nei conflitti del 2009 (operazione "Piombo Fuso") e 2012 ("Colonna di Nuvola") - non sembrano in grado di eliminare definitivamente le minacce di Hamas, oltre ad essere politicamente deboli e ad isolare in modo crescente il governo di Gerusalemme. Nonostante questi limiti obiettivi i due principali attori in campo fanno di tutto per allontanare o rendere complicato un qualsiasi accordo, guadagnando entrambi (almeno sul fronte interno) in popolarità. Il premier Netanyahu perché vede crescere la sua (oggi all'ottanta per cento) ogni giorno che passa, i dirigenti di Hamas - che da anni governano con le loro squadracce armate ed eliminando (anche fisicamente) ogni dissenso - perchè riescono a scaricare sui militari israeliani (se non sugli ebrei in generale) il conto, sempre più alto, delle vittime innocenti. La storia e le vicende (anche recenti) dei conflitti in Medio Oriente ci hanno però insegnato che a un certo punto qualcosa scatta e una via d'uscita - sempre temporanea e mai definitiva - si trova. Quale può essere oggi? Gli analisti dell'Intelligence Usa (nonostante il fallimento del piano Kerry e la freddezza nei rapporti Obama-Netanyahu gli Stati Uniti mantengono un ruolo chiave nella vicenda) vedono come exit strategy tre possibili scenari. 1) Israele ad un certo punto, una volta ultimata la distruzione dei tunnel - per ora ne hanno neutralizzati una ventina, ne restano altrettanti - decide (come nel 2009 e nel 2012) di "dichiarare vittoria" e ritira le truppe. Sperando che la scia di distruzione (e morte) lasciata nella Striscia di Gaza renda più ragionevole Hamas e faccia cessare il lancio di razzi. 2) Nuovo piano egiziano (con appoggio della Casa Bianca e silenzio-assenso di Israele) che preveda la riapertura del confine sud, quello tra la città di Rafah e l'Egitto e dia qualche concessione ad Hamas (ad esempio sulla zona di pesca) che in cambio dovrebbe accettare che il controllo della frontiera sud venga affidato all'Autorità Palestinese di Abu Mazen. 3) Mettere sotto il controllo dei palestinesi "moderati" di Cisgiordania l'intera Striscia di Gaza. Tre scenari che a guardare bene sono tre ritorni al passato. Perchè il futuro resta ancora una volta un'incognita. ©RIPRODUZIONE RISERVATA