SE RENZI VA A VEDERE LE CARTE

di ANDREA SARUBBI La situazione politica è diventata una partita di poker, con Matteo Renzi che non vuole fare la figura del pollo. Sa di avere in mano un full - che nella scala dei punti è parecchio, ma non tutto - ma soprattutto è certo che i suoi avversari abbiano ancora meno, e si reggano in piedi con il più classico dei bluff. E così, tra un rilancio e l'altro, si tiene sempre aperta l'opzione finale, quella di vedere le carte di tutti: in democrazia si chiama voto, e sarebbe l'ipotesi più probabile se l'attuale presidente del Consiglio si dimettesse. Il Quirinale non farebbe salti di gioia, ma - come ha dimostrato la vicenda Letta - nulla è possibile contro la volontà del Pd, ovvero del suo segretario, che in questo momento ha l'Italia in pugno. Rafforzato dal 40 e passa per cento ottenuto alle ultime elezioni europee, che i sondaggi attuali danno sostanzialmente stabile se non addirittura in crescita, Renzi è in una posizione che diversi suoi predecessori a Palazzo Chigi hanno visto col binocolo: partito ai suoi piedi, con una minoranza interna decisamente non competitiva; alleati di maggioranza a brandelli, tutti dilaniati da conflitti interni e sovrarappresentati in Parlamento rispetto alla propria effettiva forza elettorale; opposizione impossibilitata (perché divisa) a proporre un'alternativa comune; stampa eufemisticamente non ostile, e non è un dettaglio di poco conto. Si ripensi un attimo agli ultimi quattro inquilini di Palazzo Chigi (Prodi, Berlusconi, Monti, Letta) e si ricontrollino le singole voci: nessuno (tranne forse Monti, nel primo mese) ha avuto un quadro astrale lontanamente comparabile a quello dell'ex sindaco di Firenze. Quali vantaggi avrebbe allora Renzi a votare ora, che poi significa in autunno? Da un punto di vista razionale, nessuno: le certezze di oggi - compresa quella di un gruppo dirigente non solo leale, ma addirittura fedele - potrebbero diventare incertezze di domani, se è vero che dalla fine della Democrazia cristiana in poi nessun presidente del Consiglio uscente è sopravvissuto alle elezioni politiche italiane. Ma la politica, che pure ha una discreta dose di razionalità, si gioca anche di nervi e di tattica; e quella più familiare al segretario del Partito democratico - già dai tempi di Palazzo Vecchio, dicono i fiorentini - è il rilancio: come se Vincenzo Nibali, anziché controllare il gruppo e mantenere il vantaggio e la maglia gialla da qui alla fine del Tour de France, tentasse lo strappo in ogni tappa, per scoraggiare gli inseguitori e stancarli. È dal cronoprogramma della prima conferenza stampa (legge elettorale, riforma del lavoro, riforma del fisco, riforma della Pubblica amministrazione) che il governo pone obiettivi e scadenze: alcuni obiettivi si congelano, alcune scadenze slittano, alcune riforme annunciate (come quella della giustizia, ad esempio) si trasformano in linee guida, ma la modalità non cambia. Renzi vive il suo mandato di capo del governo come l'autista di una macchina in salita: se mette in folle, va all'indietro; se vuole andare avanti, deve spingere sull'acceleratore e sperare che non finisca la benzina. E quando la salita si fa dura - come sulle riforme costituzionali, appunto - dà ancora più gas, minacciando appunto il voto se dovesse saltare tutto. Che salti tutto, al momento, è difficile: il Pd - anche nella sua ala critica - sa bene che, dopo avere inneggiato per mesi al cambiamento, al cambiaverso e alla volta buona, tenere bloccata la riforma del Senato significa condannare se stessi all'usura. Approvarla entro la pausa estiva o a novembre non cambia nulla per le sorti dell'Italia, soprattutto se la versione non sarà quella definitiva; ma siccome la politica vive di simboli, e sui simboli Renzi gioca tutto, se fossi un senatore non prenoterei ancora le vacanze. ©RIPRODUZIONE RISERVATA