LA FINE INGLORIOSA DEL DOGE
di FRANCESCO JORI Anche i dogi nel loro piccolo s'incazzano. Succede a Giancarlo Galan, che tuona tutta la propria ira nel passare dalla condizione di ricoverato a quella di arrestato. E che così conclude nel più inglorioso dei modi una parabola di sapore veneziano, idealmente iniziata a Palazzo Ducale per concludersi ai Piombi. D'altra parte nella Serenissima, quella vera, a un doge venne perfino tagliata la testa per alto tradimento: successe a Marin Faliero, nel 1355, e il giorno dell'esecuzione diventò festa della Repubblica. A Galan capita molto di meno, ma il crollo è comunque rovinoso: il potere dogale era blindato da rigorose regole istituzionali, lui per tre lustri è stato il padrone incontrastato del Veneto. Approfittandone anche per impinguare in modo illecito le proprie risorse, secondo i giudici che ne hanno chiesto e ottenuto l'arresto. Il suo declino inizia tuttavia ben prima dell'esplodere dell'inchiesta legata al Mose, ed è politico. Si manifesta in modo vistoso nel 2010, quando il governatore uscente lotta fino all'ultimo per ottenere il quarto mandato alla guida del Veneto, vedendosi sbattere sul naso tutte le porte: compresa la più importante, quella del suo mentore Silvio Berlusconi che sedici anni prima l'aveva passato dagli uffici di Publitalia a quelli della neonata Forza Italia. Le aveva provate tutte, Galan: perfino spedire un manipolo di imprenditori amici a braccare il Cavaliere in una saletta dell'aeroporto veneziano per implorarne la conferma. La Regione era stata lasciata alla Lega, che poi aveva però dimostrato sul campo di essersela guadagnata, con un sonoro 35 per cento e con un bruciante sorpasso sul Pdl. Nessuna sorpresa: era solo la conseguenza dell'irresistibile declino del partito azzurro, prima egemone in Veneto. Quel partito, in una terra visceralmente e geneticamente di centrodestra, negli anni precedenti era riuscito a perdere roccaforti ritenute inespugnabili, come Verona e Vicenza; a Padova era stato regolarmente spazzolato dal centrosinistra; per riuscire a riprendersi prima Verona e poi Padova ha dovuto ricorrere a due leghisti. Oggi, con le dimissioni ancor fresche d'inchiostro del sindaco di Rovigo, non amministra più neppure un capoluogo della regione. E in tutte le sette province è squassato da velenose faide interne. Galan se ne chiama fuori, ma l'uomo forte del Veneto è stato lui. Del partito non si è interessato gran che, per usare un eufemismo; anzi, ha sparato a palle incatenate contro una serie di suoi autorevoli colleghi, da Tremonti a Lunardi, da Brunetta a Sacconi. In compenso, si è lautamente autoincensato. La pesante vicenda giudiziaria che oggi lo investe è solo la spinta, probabilmente decisiva, a un fine corsa che era comunque già stato decretato sul piano politico. Un sipario che cala oltretutto in modo meschino. Galan, che all'inizio aveva definito ineccepibile il lavoro dei giudici, alla fine ha tirato fuori un "fumus persecutionis" a suo dire palese. Ha ottenuto un ricovero per una frattura a tibia e perone rimediata potando delle rose, e poi derubricata a infrazione a un malleolo. Ha esibito dichiarazioni mediche che manifestavano l'assoluta esigenza di rimanere fermo a letto in corsia, perfino adombrando rischi letali; poi ieri mattina ancor prima del voto della Camera è stato dimesso d'ufficio. Una mediocre uscita di scena, davvero, per uno che le scene era abituato a calcarle da primattore. Ma in ogni caso, una recita che poco appassiona l'opinione pubblica: alla quale interessa ciò che accadrà non in un carcere ma in un'aula di giustizia. Auspicando che si arrivi, e non in tempi biblici, a stabilire se siano fondate o meno le pesantissime accuse elevate nei confronti dei vari accusati, Galan incluso. E nella speranza che nel frattempo la beneficiata della prescrizione non sommerga la verità sotto le acque alte della vergogna. ©RIPRODUZIONE RISERVATA