l'opinione
Non è sempre facile rompere con le abitudini, ma in questo periodo astrale è necessario cambiare, magari solo il modo di accostarsi agli altri. Un incontro davvero stimolante. (segue dalla prima pagina) Piuttosto, è ignorante. Come ha dimostrato di esserlo una pletora di sedicenti federalisti, guidati da ciechi, i quali hanno rivelato, con i fatti, di non disporre di alcun sapere. Hanno evocato, un'infinità di volte, le categorie del presidenzialismo e del federalismo (quest'ultimo inesistente, che vogliono, tuttavia, cambiare). E si sono dimenticati - come ricordano Mario D'Addio e Guglielmo Negri, a proposito degli Stati Uniti d'America - che «la democrazia … trova il suo vero fondamento nello spirito di autonomia, di indipendenza, di libera iniziativa che si realizza nel sistema delle larghe autonomie locali, che attua in modo positivo la diretta partecipazione del popolo nell'amministrazione della cosa pubblica». Quanto a noi, la direzione di marcia è l'esatto opposto. C'è da meravigliarsi? Ovviamente no, perché la democrazia è, essenzialmente, dialettica che si realizza con tempi e modi che consentono all'idea migliore di emergere e di affermarsi. La democrazia - altro è la demagogia - non si risolve mai in un a priori: prendere o lasciare. Si conclude, sempre, con un atto motivato, perché mira non ad imporre, ma a persuadere. È il metodo dichiarato da Alexander Hamilton, nell'articolo scritto per l'Independent Journal, indirizzato "Al popolo dello Stato di New York" (1787). È il saggio n. 1 de Il federalista. Scrive - Hamilton - della "nuova Costituzione", della necessità di dotarsi di un "buon governo", di agire per il "pubblico interesse". Ma è ben consapevole dell'esistenza di "ostacoli formidabili". Erano allora - come lo sono ora - classi dirigenti decise «a resistere ad ogni innovazione che implichi, comunque, una diminuzione di potere, di emolumenti, e di prestigio nelle cariche»; atteggiamenti che giudicano «l'opposizione, da qualunque parte essa giunga, rappresentandola come ambigua o interessata», mentre ci si imbatte «in gente saggia e onesta che parteggia per le soluzioni sia giuste che errate», e ciò dà «una lezione di moderazione». Per questo, ci vuole sempre "prudenza", avendo ben chiaro in mente che «la vitalità del governo è essenziale alla salvaguardia della libertà». Quanto a quest'ultima, è bene ricordare che «la maggior parte di coloro che hanno poi sovvertito le libertà delle repubbliche, hanno cominciato la loro carriera tributando al popolo un ossequio cortigiano; hanno cominciato da demagoghi e sono finiti tiranni». Non ci sono tiranni all'orizzonte. Ma è noto a tutti che la democrazia rappresentativa è in grave crisi: «perché abbiamo smesso di credere nella politica» di chi ci rappresenta (Aldo Schiavone); perché si conquista «il partito per non averlo contro. E per utilizzarlo come strumento a proprio servizio» (Ilvo Diamanti); perché si è fatta terra bruciata dei corpi intermedi, «senza però acquisire la cultura, né il senso di responsabilità della borghesia. Lì sta la crisi» (Giuseppe De Rita). Il vitalismo renziano - dannunziano - non privo di pregi spinge sempre oltre.