L'attacco di Di Matteo a Renzi

PALERMO Il giorno della memoria diventa il giorno dello scontro. Con il pm Nino Di Matteo, mente storica dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, che tuona contro il presidente della Repubblica, accusato di condizionare il Csm, e contro Renzi, reo di fare le riforme con un politico condannato. Alle durissime parole pronunciate dal magistrato dal palco allestito in via D'Amelio, dove il 19 luglio di 22 anni fa un'autobomba fece saltare in aria il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, arrivano a stretto giro le repliche di tutto il centrodestra, forzisti, alfaniani e anche esponenti di Scelta civica. «Non si può ricordare Paolo Borsellino - ha detto Di Matteo dal palco - ed assistere in silenzio ai tanti tentativi in atto - dalla riforma già attuata dell'Ordinamento giudiziario a quelle in cantiere sulla responsabilità civile dei giudici, alla gerarchizzazione delle procure anche attraverso sempre più numerose e discutibili prese di posizione del Csm - finalizzate a ridurre l'indipendenza della magistratura a vuota enunciazione formale con lo scopo di comprimere ed annullare l'autonomia del singolo pubblico ministero». Poi il riferimento al capo dello Stato. «Non si può assistere in silenzio - dice - all'ormai evidente tentativo di trasformare il pm in un semplice burocrate inesorabilmente sottoposto alla volontà, quando non anche all'arbitrio, del proprio capo. E ancora la bacchettata al premier Renzi, accusato di essersi seduto al tavolo delle riforme con Berlusconi. «Oggi un esponente politico, dopo essere stato definitivamente condannato per gravi reati, discute - ha detto il pm - con il presidente del Consiglio in carica di riformare la legge elettorale e quella Costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all'ultimo suo respiro».