l'opinione

(segue dalla prima pagina) Lo dimostra l'onda euroscettica emersa al voto. Di qui, tornando a Juncker, la ratio del cambio di clima politico che ha accompagnato, pure con minacce di non-voto, la sua candidatura: nel senso che la stessa maggioranza che l'ha eletto ha dovuto cogliere come i pessimi indicatori economici complessivi dell'Eurozona minaccino un definitivo scollamento tra il mito/sogno europeista e le opinioni pubbliche del Vecchio continente. Quindi serve, o almeno è opportuno provarci, un netto cambio di passo. Probabilmente è questo ciò che intende Juncker quando punta – ma senza fare debito (perché una finanza pubblica europea, eurobond compresi, pur se mai appariranno, sono attualmente, assenti) – all'utilizzo dei fondi europei per una significativa crescita degli investimenti in Eurolandia e nell'intera Unione. Tuttavia, bisogna essere realisti. Nel senso che la politica economica comune ha dei limiti oggettivi; il primo è che la Commissione è più un organo tecnico/politico che un "vero" governo europeo; poi, conseguentemente, che il bilancio pubblico comunitario ha dei vincoli politico/istituzionali assai rigidi; e che, pertanto, il grosso della partita si giocherà sia nell'interrelazione trai governi degli Stati partecipanti – qui bene ha fatto il governo italiano a provare a ridiscuterne le priorità – che in ambito di politiche economiche nazionali; dove, tra l'altro, nel recente passato l'Italia si è ammanettata a norme di rigorismo fiscale (realizzate poi soprattutto dal lato delle entrate) ben superiori a quanto l'Europa ci abbia mai chiesto. Perciò l'Italia deve, pur correttamente appoggiando le novità di Bruxelles, anche giocare con grande autonomia le proprie carte in economia: che vuol dire avere, oltreché capacità contabili (spending review), pure capacità di visione del proprio ruolo economico. Attenzione, non ci serve una sorta di "ricreazione tributario/fiscale"; tutt'altro. Piuttosto, si tratterebbe di evitare forzature, come il portare il deficit dal 3% all'1% nell'illusione di abbattere il rapporto debito/Pil (anzi, la recessione tende, contrendo il Pil, ad aumentare il rapporto medesimo) per provare a darsi degli spazi realistici di tenuta/crescita. Nel caso, ci sarebbe il rischio di sanzioni dall'Europa? Difficile, se la spending review è seria; e, ad ogni modo, le procedure per metterle in atto (articolo 126 Trattato sul funzionamento dell'Ue) sono lunghe e assai farraginose; e questo ci darebbe tempo. Caso mai, le sanzioni potrebbero spaventare i mercati (fuga dal debito italiano); ma tutto è evitabile se saremo credibili. Bene, allora, Juncker, se si muove; ma lo dobbiamo fare pure noi; diversamente, la nostra economia (come ci ricordano i dati Istat sulla povertà) potrebbe implodere.