«Vessazioni e poca pietà» Così la condanna a Genta
Il Consiglio comunale ha approvato l'ingresso del Comune di Bosnasco nella convenzione per la gestione associata della polizia locale. Il Comune di Bosnasco si impegna a versare una quota di ingresso di 5mila euro per l'utilizzo delle attrezzature di proprietà della convenzione che saranno messe a disposizione del nuovo Comune aderente. Della convenzione fanno parte Santa Maria della Versa, Rovescala, San Damiano al Colle, Montù Beccaria, Zenevredo ed Unione dei Comuni Lombardia Prima Collina (Canneto Pavese, Castana e Montescano). di Maria Grazia Piccaluga wSANTA MARIA DELLA VERSA Negli ambulatori di Santa Maria della Versa e Borgonovo Valtidone regnava un clima di intimidazione psicologica, di pesante vessazione che impediva alle dipendenti del veterinario Giuseppe Genta, 55 anni, di reagire quando subivano avances sessuali o maltrattamenti. Ma sono stati anche i racconti raccapriccianti, resi dai numerosi testimoni nel corso del processo, a confortare i giudici del Tribunale di Pavia nell'attribuzione della pena: due anni e due mesi di reclusione per i maltrattamenti e le molestie alle collaboratrici, un anno e 6 mesi per il maltrattamento agli animali. Complessivamente tre anni e 8 mesi inflitti a Genta, che dovrà anche versare 16mila euro di risarcimento a due assistenti e altri 3mila euro ciascuna ad altre quattro parti civili. L'esistenza di un clima pesante di vessazioni nell'ambiente di lavoro e la mancanza di qualsiasi tipo di pietà nei confronti degli animali assistiti sono i cardini della sentenza pronunciata dai giudici del Tribunale di Pavia Stefano Scati, Daniela Garlaschelli e Bruna Corbo il 17 aprile scorso, accogliendo le richieste del pubblico ministero Ilaria Perinu. Per i prossimi due anni, inoltre, Genta sarà interdetto dall'esercizio della professione. Che il veterinario e le sue collaboratrici fossero legati da relazioni intense e di grande confidenza, che il collegio ha giudicato di natura «para-familiare» pur essendo nate in ambiente di lavoro, è emerso nel corso del processo. Ma le frequentazioni innocenti al di fuori del lavoro sono spesso sconfinate in eccessi, condizionati dal fatto che Genta fosse più anziano delle giovani lavoratrici e «in posizione di supremazia nei loro confronti» tale da creare condizioni «di soggezione anche psicologica». Secondo le testimonianze il veterinario alternava momento di euforia e generosità a «momenti di ira, sopraffazione, violenza verbale». «Lanciava forbici, stampanti, cassetti, gatti di legno, scagliava il telefono contro il muro». Minacciava, inveiva. Accuse a cui il veterinario ha sempre replicato con la teoria del complotto ordito contro di lui. E poi c'è il capitolo penoso delle avances a sfondo sessuale. Angherie fatte di fotografie pornografiche lasciate intenzionalmente nei cassetti, di sortite senza vestiti fuori dalla doccia, di volgari e disinibiti approcci fisici. Ci sono poi gli episodi di crudeltà sugli animali narrati dai testimoni. Fatti ritenuti dai giudici «di rafforzamento di un quadro di violenze gratuite che non hanno alcuna attinenza con le pratiche dell'attività veterinaria». I ricordi di chi ha deposto in aula fanno accaponare la pelle: «cani morti di inedia, lasciati senza cibo e senz'acqua, gatti fatti roteare e scagliati contro il muro, animali uccisi a colpi di martello con il cranio spaccato, animali posti ancora vivi nel freezer, cuccioli appena nati gettati vivi nella spazzatura». E scarso uso dell'anestesia. Esistono, fa notare il collegio giudicante, anche prove documentali delle accuse formulate nei confronti di Genta: fotografie scattate in alcuni casi anche solo per gioco ma rivelatrici di un comportamento che con l'etica professionale avrebbe poco a che fare. Pratiche di uccisione di animali con martelli, lanci, bastoni che «esulano dal diffuso senso di pietà e rispetto».