«Se la Merck chiuderà, anche noi perderemo il posto»

PAVIA «La nostra azienda ce l'ha già detto: se la Merck chiuderà, tutti noi andremo in mobilità». A parlare è Valerio Ferrari, uno degli oltre 50 lavoratori che si guadagnano lo stipendio fornendo servizi allo stabilimento di via Emilia. Le loro sorti sono strettamente legate a quello della Merck, ma loro restano fuori dai tavoli delle trattative che hanno ovviamente riguardato solo i 270 dipendenti effettivi dello stabilimento. Di questi 50, trentina di lavoratori fanno capo alla cooperativa di pulizie «La lombarda», alcuni sono di piccole aziende, mentre altri 15 sono assunti alla Johnson. Questi ultimi sono tutti ex dipendenti che la Merck ha esternalizzato più di 5 anni fa quando decise di cedere il ramo d'azienda per i servizi di manutenzione. Ad assumerli è stata la Johnson, multinazionale americana da 170mila dipendenti nel mondo ma che a Pavia non avrebbe altro impiego da dare a queesti lavoratori una volta esaurito il loro compito in Merck. L'intenzione di Johnson è quella di aprire dopo l'estate la procedura di mobilità per poi farla entrare in vigore a tutti gli effetti a dicembre se per la Merck non si sarà il salvataggio di un nuovo acquirente disposto a farsi carico dello stabilimento con tutti i lavoratori compresi quelli dell'indotto. Ipotesi al momento poco probabile perchè è ben difficile che un nuovo proprietario si insedi lasciando invariato il numero degli occupati. La preoccupazione è alta: «Abbiamo tutti famiglia e figli – dice Ferrari - La pensione per noi è troppo lontana, visto che abbiamo tra i 40 e i 50 anni, ma le possibilità di trovare un altro posto alla nostra età è scarsissima. Due miei colleghi sono marito e moglie, se perdono il posto che daranno da mangiare al loro figlio? E anch'io non sono messo meglio: mia moglie ha avuto un incidente ed è disabile, in casa se perdo il lavoro resta solo la misera pensione dell'invalidità. La mobilità alla nostra età vuol dire il licenziamento e la condanna alla disoccupazione per sempre». I lavoratori dell'indotto dal luglio scorso partecipano a cortei e manifestazioni della Merck, non mancano neppure le assemblee in azienda, ma non sono mai stati invitati ai tavoli delle trattative. «Non abbiamo altra scelta che trattare con Johnson», conclude Ferrari. (l.l)