Delitto Pecorara, ergastolo a Scarlat

di Maria Fiore wMONTECALVO VERSIGGIA Il Dna sul mozzicone di sigaretta trovato in un vaso e anche sul passamontagna. L'impronta del pollice su una tazzina scoperta insieme alla refurtiva recuperata dopo il delitto. Le telecamere, che lo hanno immortalato a 500 metri dalla casa della vittima. Indizi che sono bastati alla Corte di assise a pronunciare, ieri mattina in tribunale a Pavia, una sentenza di condanna all'ergastolo con isolamento notturno per Constantin Scarlat, il 33enne di origini romene accusato di avere ucciso la 76enne Alma Pecorara. La donna, il 24 aprile 2013, fu trovava priva di vita nella sua abitazione a Montecalvo Versiggia. Accolta, dunque, la richiesta del pubblico ministero Ilaria Perinu, che aveva contestato all'imputato anche l'aggravante della crudeltà «per avere infierito su una persona anziana e del tutto indifesa». Escluse, invece, le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi, che, secondo quanto ricostruito dal processo, riguardarono una caparra di circa 150 euro per l'affitto di una casa di proprietà della donna, che l'uomo rivoleva indietro. Per l 'imputato la Corte d'assise, composta dai giudici Cesare Beretta, Luigi Riganti e dai giudici popolari, ha anche disposto un risarcimento danni di 300mila euro al figlio della vittima, Andrea Castaldi, che era parte civile nel processo con l'avvocato Marco Casali, e 6mila euro di spese legali. «Resterà in carcere l'uomo sbagliato», si è limitato a dire l'imputato al suo legale, l'avvocato Fabio Bruni, al termine della lettura della sentenza. Il suo legale aveva scelto il rito ordinario confidando di riuscire a smontare la ricostruzione dell'accusa. Ma gli indizi raccolti dai carabinieri subito il ritrovamento del corpo di Alma Pecorara si sono rivelati più convincenti. Secondo la ricostruzione della procura guidata da Gustavo Cioppa, Costantin Scarlat entrò nella casa della vittima la sera del 23 aprile, per chiedere indietro i soldi che aveva versato come caparra per l'affitto di una casa. Esplose un litigio al culmine del quale, secondo l'accusa, Scarlat costrinse prima la donna ad aprire la cassaforte, che era vuota, poi impugnò un coltello da cucina e colpì la donna alla gola e al volto. Quindi uscì dall'abitazione, con due borse piene di suppellettili, poi trovate dagli investigatori in una scarpata. In un cassonetto fu scoperto anche il portafogli della vittima. Sopra c'erano le impronte digitali di Alma Pecorara. «Qualcuno lo ha incastrato», ha provato a spiegare l'avvocato difensore nella sua arringa. Che non è bastata. Soddisfatto l'avvocato di parte civile, Casali, che ieri ha scelto di presentare in aula un'arringa multimediale, con slide di foto della scena del delitto e di stralci di deposizione. «Non gioisco mai quando una persona è condannata all'ergastolo – ha commentato dopo la sentenza –, ma il verdetto dimostra che il meccanismo della giustizia ha funzionato». @mariafiore3 ©RIPRODUZIONE RISERVATA