NELL'INCHIESTA MOSE UN FIUME DI SOLDI SU CUI FARE CHIAREZZA

(segue dalla prima pagina) Riscontri incrociati, intercettazioni, confessioni plurime. E in ogni caso, c'è un punto centrale da sottolineare: con il suo voto a schiacciante maggioranza (16 contro 3), ieri la giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera non ha stabilito che Galan sia colpevole; ha semplicemente dato via libera a una richiesta di arresto. Comunque un semplice parere, visto che la decisione spetta all'aula: cosa che avverrà alle 5 del pomeriggio di martedì. Non saranno le fatidiche "cincos de la tarde", né ci sarà nessuna arena su cui inscenare un sanguinoso duello. Se pure dovesse varcare le soglie del carcere, l'esperienza dell'ex governatore del Veneto sarebbe molto diversa da quella dei 14 mila detenuti italiani in attesa di primo giudizio. Anche perché ad attenderlo non ci sarebbe una cella magari sovraffollata come quasi tutte, ma verosimilmente l'infermeria: le disgrazie, si sa, non vengono mai sole; tant'è che all'ex governatore del Veneto è accaduto di fratturarsi tibia e perone potando non una poderosa quercia ma una semplice rosa, così da trovarsi con la gamba ingessata. Il che potrebbe anche schiudergli le porte degli arresti domiciliari, nell'ormai ben nota dimora sui Colli Euganei che non ricorda propriamente lo Spielberg. Ma non è questo il punto. Che Galan finisca o no in prigione, potrà appassionare al massimo gli sparuti e opposti manipoli di garantisti e giustizialisti. La questione centrale è stabilire chi abbia beneficiato dell'alluvione di soldi scatenata in Veneto dal Mose ma presumibilmente anche da altre opere pubbliche; e che, proprio come nel caso del Nilo, ha fertilizzato le terre non solo della politica ma pure della pubblica amministrazione, dell'impresa privata e di svariati professionisti, arrivando a lambire perfino i sagrati della Chiesa: esemplari in tal senso le decisioni annunciate l'altro ieri dal patriarca di Venezia. Nel caso specifico, si tratta di capire se e quali siano state le responsabilità di Galan: uno dei tanti indagati, anche se tra i più ingombranti visto il ruolo di dominus esercitato per quindici lunghi anni. In questo senso, la risposta di ieri della giunta e quella di martedì prossimo della Camera sono comunque marginali: a contare sarà la pronuncia finale della magistratura. Sulla quale purtroppo grava già, però, una venefica zona d'ombra: il lavacro della prescrizione che rischia di mettere al riparo quasi tutti gli imputati, considerando che essa scatta dalla data in cui i reati sono stati commessi, anziché da quella in cui sono stati accertati. Proprio di questo tratta il punto 9 del pacchetto di riforma della giustizia annunciato nei giorni scorsi dal premier Renzi, che giustamente l'ha definita «una questione di civiltà». Se e quando passerà, varrà comunque a futura memoria; oggi rappresenta per troppi un comodo salvagente. Certo, per il presente c'è sempre la possibilità di rinunciare alla prescrizione, per chi è convinto di essere innocente e vittima di un'ingiustizia. Ma c'è da credere che a quel provvidenziale gavitello si aggrapperanno a frotte. Finendo così per concorrere ad alimentare il massimo di inciviltà: colpa manifesta, nessun colpevole. Anzi, molti impuniti beneficiari.