Eurobond, un formidabile progetto politico
(segue dalla prima pagina). Resta che senza di essi l'Ume è monca: nel senso che l'euro, in quanto "moneta senza Stato", soffre per la mancanza di quella sorta di ammortizzatore politico che sarebbe l'avere un bilancio pubblico, un sistema tributario e un debito comuni. Infatti, in sua assenza, l'euro versa in una condizione paradossale: perché, come afferma il professor Savona, è sia in una condizione di irreversibilità tecnica (grazie all'atipica azione monetaria della Bce di Draghi che ha impedito ai mercati di affossarlo) che, al contempo, esposta, data la sua fragilità politica, al rischio di collasso. Toccando all'Italia il semestre di guida del Consiglio europeo, la questione eurobond meriterebbe nuova attenzione. A patto, però, di fuggire la tendenza della retorica europeista a portare la tematica degli eurobond sul terreno del "federalismo perfetto": perché, fuor d'utopia, in Europa gli attori sono, e resteranno, gli Stati nazionali. Gli attuali; oppure, se nei paesi periferici (Italia, Spagna ed Inghilterra) le pulsioni suicide del secessionismo continueranno, resteranno solo Francia e Germania, con i resti degli altri a fare, come nel passato, da colonie. Ma, in quest'ultimo caso, gli eurobond servirebbero zero venendo meno il soggetto geopolitico "Europa". Ecco il punto, lo si capisce riandando al senso originario del progetto euro: costruire un contrappeso (piano Werner) all'egemonia del dollaro. In altri termini, l'euro nacque ben più che come progetto economico come progetto di politica estera; ma questo, come ogni opzione di geopolitica, necessita di una politica di sicurezza. Qui tornano in ballo gli eurobond. Come? Basterebbe che se l'Eurozona, e l'Europa (smesso di credere che il proprio futuro si giochi tra le capitali del Vecchio mondo) comprendessero che l'euro è anche uno strumento, come da sempre fanno le Grandi potenze con le proprie valute, di politica estera. Conseguentemente, anche osservando gli eventi ai nostri confini (Ucraina e Medioriente), forse meriterebbe guardare agli eurobond come ad uno strumento fiscale che, finanziandone la politica di sicurezza (compreso quel limes marittimo dove oggi l'Italia pare ed è abbandonata), sia capace di dare un'identità politica al Vecchio continente, finora smarritosi nel guardarsi l'ombelico. Viceversa, se esso continuerà a rimuginare e litigare indifferente al mondo che cambia, allora l'Europa, a partire dall'Ume, in specie per la labilità dei fondamenti di quest'ultima, col tempo sarà soggetta a implosione; e, in tal caso, poco potrà fare per evitarlo la Bce di Draghi che comunque continua a comprare tempo di vita all'Eurozona; lo dimostra l'annunciato nuovo "bazooka monetario" contro la minaccia deflattivo/recessiva incombente. L'Unione resterà un concerto di Stati; ma ciò non impedisce loro di coordinarsi per divenire un player di rilievo internazionale; basta che si diano quel senso di "comunità" che solo la politica estera e di sicurezza può dare. Questa è una via possibile per introdurre elementi di "federalismo fiscale"; diversamente, gli eurobond, se intesi come mutualizzazione del debito, difficilmente nasceranno: per i paesi "forti" del Nord l'interrogativo sarà «qual è il senso di farsi garanti dei debiti dei mediterranei?»; mentre questi ultimi continueranno a vedere nell'austerity solo «un'Unione percepita come aliena». Attenzione: per questa via l'orizzonte dell'Europa è il suo default politico. Francesco Morosini