Tre giovani ultraortodossi confessano
I presunti assassini israeliani di Mohammed Abu Khdeir, il 16enne palestinese bruciato vivo a Gerusalemme, hanno ammesso ieri la propria responsabilità e hanno ricostruito la dinamica del delitto. Lo sostengono gli inquirenti secondo cui le accuse più pesanti riguardano tre di loro (che da sabato sera sono in totale isolamento) mentre per gli altri tre – che si proclamano innocenti - si parla di complicità. Gli investigatori imputano loro la militanza in una «organizzazione terroristica» e non escludono che per taluni saranno necessarie perizie psichiatriche. I tre indagati principali hanno spiegato di essere rimasti sconvolti per la uccisione di tre ragazzi ebrei in Cisgiordania. Così, dopo i loro funerali hanno raggiunto il rione arabo di Shuafat e hanno sequestrato Abu Khdeir per ucciderlo (bruciandolo) in una foresta non lontana. La dinamica del delitto è orrenda. Ma quando gli investigatori hanno cercato di scavare nella loro ideologia, hanno avuto alcune sorprese. Anche perché i tre non sono affiliati agli ultrà dei coloni, i cosiddetti "Tag Mehir" ("il prezzo da pagare"). Sono invece maturati all'interno di collegi rabbinici ultraortodossi, uno di essi addirittura di élite, vicini al partito sefardita Shas. Una circostanza che, negli ambienti ortodossi, fa scalpore: perché nei loro rioni, dove pure la violenza politica non è rara, le uccisioni sono un fenomeno pressoché sconosciuto. Se non in casi di infermità mentale. Proprio uno dei rabbini più noti del movimento dei coloni, Elyakim Levanon, un religioso con fama di "falco", ha affermato ieri che gli assassini di Abu Khdeir, a causa della loro ferocia, meritano la morte. «Non facciamo distinzioni fra sangue e sangue» ha stabilito.