Inchino al boss, la Dda apre un'inchiesta

ROMA L'omaggio davanti alla casa del boss durante la processione della Madonna delle Grazie a Oppido Mamertina è sotto la lente della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, che ha avviato una indagine sulla base della segnalazione inviata dai carabinieri. «L'ossequio della processione a un elemento di vertice della 'ndrangheta è un fatto grave che dimostra la compromissione e l'inquinamento territoriale - sottolinea il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho - La Chiesa dovrebbe adottare provvedimenti molto forti». Al centro del rapporto dell'Arma in mano alla Dda c'è il presunto "inchino" della statua della Vergine a Peppe Mazzagatti, 82 anni, condannato all'ergastolo e ai domiciliari per le gravi condizioni di salute, un gesto che nell'infuriare delle polemiche il parroco, don Benedetto Rustico, smentisce amareggiato sostenendo «si è fatto quello che si è fatto tutti gli anni», ma che i vertici della Chiesa, dopo l'anatema del Papa contro la 'ndragheta sulla Piana di Sibari il 21 giugno, condannano senza esitazione. Parole durissime arrivano dall'Osservatore romano, il quotidiano della Santa Sede, che parla di una vicenda non nuova in zone in cui «il pervertimento del sentimento religioso» si accompagna spesso «all'azione della criminalità e a una acquiescenza, dettata da paura o interesse, purtroppo ancora diffusa». Il presidente dei vescovi calabresi, monsignor Salvatore Nunnari, ipotizza addirittura lo stop ai cortei religiosi. «Siccome sotto la vara può capitare che ci sia il mafioso di turno che poi fa il capo, allora bisogna avere il coraggio di fermare le processioni: se fossi il vescovo di quella città per un po' di anni non ne farei, e credo che sarebbe cosa gradita alla Madonna». Non bastano più le omelie, ripete, in un contesto che tarda a cambiare: «Bisogna tagliare di netto». Per questo, sottolinea, «dispiace che i preti abbiano avuto il coraggio di scappare dalla processione». Neppure il vescovo di Oppido-Palmi, monsignor Francesco Milito, non usa mezzi termini: il saluto al boss è «un temerario gesto di blasfema devozione che va all'opposto di quella dovuta alla Madre di Dio». Dunque, completata l'analisi dei fatti, dice, sono possibili «energici provvedimenti». Il parroco, che nega rapporti tra Chiesa e 'ndrangheta e si dice «rammaricato» per l'interpretazione data dai carabinieri parlando di «consuetudine di un percorso già definito», ammette tuttavia che errori sono stati commessi: «Tornando indietro avrei modificato il percorso e avrei anche fatto a meno della processione. Noi ci inchiniamo solo al Signore» afferma, annunciando una relazione al vescovo: «Se per l'anno prossimo ci chiedono di annullare la processione nessuna difficoltà» dice don Rustico, nella bufera anche per una frase che avrebbe pronunciato durante la messa di domenica mattina all'indirizzo di un cronista del Fatto quotidiano: «Vi invito a prendere a schiaffi il giornalista in fondo alla chiesa». Un'affermazione per per cui l'Ordine dei giornalisti della Calabria chiede «provvedimenti decisivi». Da Roma il presidente del Senato Pietro Grasso ringrazia pubblicamente, dopo avergli telefonato, il comandante della stazione di Oppido, il maresciallo Andrea Marino, che ha «ordinato ai suoi uomini di andarsene di fronte all'inchino della statua», per poi procedere all'identificazione delle persone presenti: «Sono certo - dice - che questo gesto inammissibile non rappresenti il popolo calabrese». Di «fatto grave e doloroso» parla il ministro per gli Affari regionali Maria Carmela Lanzetta, e mentre il sindaco Domenico Giannetta annuncia che il Comune è pronto a costituirsi parte civile nel caso in cui «dovessero emergere reati», Fiorello su Twitter lancia la sua campagna di protesta contro l'"omaggio" al boss con l'hashtag #iononminchino. (m.r.t.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA