«Aggressori liberi, ora abbiamo paura»

di Claudio Malvicini wVIGEVANO «Mio figlio è vivo per miracolo, ma i suoi aggressori sono ancora in libertà e temiamo che possano tornare». Per oltre un mese la madre del 40enne Roberto Brocchin ha avuto altro a cui pensare, erano i giorni in cui il figlio ha rischiato di morire e «solo i medici e gli infermieri del San Matteo l'hanno salvato». Ora però il tecnico aggredito in un'azienda di via Perugino da cinque uomini sta meglio e Angela Dell'Acqua vorrebbe riportarlo a casa per porre fine a un incubo iniziato il 26 maggio scorso. «Per noi si è trattato di un tentato omicidio vero e proprio – dice la donna 65enne – e non capiamo perché i cinque aggressori non siano stati ancora arrestati. I carabinieri li hanno identificati tutti, anche grazie alle telecamere dell'azienda. Io non so chi sono, ma i magistrati sì». I carabinieri avrebbero scoperto che «a guidare la spedizione era l'ex marito della donna che Roberto sta frequentando, è stata lei a riconoscerlo – spiega Angela –. Prima l'uomo ha litigato in strada con Roberto, dando anche un calcio alla portiera dell'auto, dopo circa un quarto d'ora è tornato con altri quattro. Abitando a Vermezzo, è probabile che fosse venuto a Vigevano con gli altri quattro e che abbia deciso di picchiarlo a morte subito dopo quella discussione per strada. I cinque hanno scavalcato la cancellata della Biemme Elettronica e sono entrati in azienda con le spranghe. Hanno picchiato due colleghi di Roberto, per convincerli a stare buoni, poi hanno preso mio figlio a sprangate in testa. Sul resto del corpo ha solo qualche livido, probabilmente lasciato dai calci che i cinque gli hanno dato mentre era a terra, ma sulla testa hanno proprio infierito. Quando ho visto Roberto ore dopo in ospedale, non riuscivo a riconoscerlo. Prima di andarsene, i cinque sono entrati nell'ufficio, dove c'erano altri due colleghi di Roberto, e hanno picchiato anche loro». Brocchin ha rischiato di morire. «I medici temevano di non poter fare più nulla – dice la madre –. Prima gli hanno tolto due ossa del cranio per permettere ai tanti ematomi che aveva in testa di sgonfiarsi, poi gli hanno fatto un nuovo intervento di cinque ore per ricostruirgli il volto. Nei primi due giorni dopo l'aggressione non riuscivo nemmeno a stargli vicino, perché guardarlo mi straziava. A fine mese dovranno rioperarlo per sistemargli le ossa del cranio. Roberto ha resistito solo perché è un uomo di un metro e 80 per 90 chili, anche se adesso di chili ne ha persi parecchi. Quando ho saputo che sarebbe sopravvissuto, ho pregato perché non restasse su una sedia a rotelle. Per fortuna, ha ricominciato a parlare e a muovere le gambe. Ora ha solo qualche momento di amnesia, ma i medici dicono che recupererà completamente anche la memoria». Ha dimenticato l'aggressione: «Si ricorda di essere stato al telefono con la sua compagna e di averle detto che l'ex marito stava scavalcando la recinzione, poi più nulla». La madre di Roberto ha scoperto che il figlio aveva una relazione con una donna di Vermezzo solo al policlinico, dopo l'aggressione. «È stata lei a dirmi che si frequentavano da tre mesi e che, proprio il giorno dell'aggressione, l'ex marito avrebbe dovuto andare dall'avvocato a firmare le carte della separazione. Lei lo aveva lasciato prima di conoscere Roberto, ma è probabile che l'ex marito l'abbia pedinata. Del resto lei gestisce un bar e ho scoperto che Roberto spesso andava a fare colazione a Vermezzo per vederla. Probabilmente l'ex marito ha pedinato Roberto scoprendo così dove lavora». La donna ha detto alla madre di Roberto che l'ex marito l'aveva minacciata in passato. «Diceva di volerle spaccare la faccia e lei lo aveva denunciato – spiega Angela –. Quando ha visto mio figlio in quello stato, mi ha detto che se avesse immaginato una cosa del genere, sarebbe espatriata piuttosto che mettere a rischio la sua vita». Il rischio, secondo Angela, c'è ancora: «Nel parcheggio del policlinico – dice – un giorno abbiamo visto il figlio dell'aggressore. L'auto utilizzata dai cinque era uguale alla sua, forse ha partecipato anche lui alla spedizione. Io e mio marito temiamo che non fosse lì per caso. Ora vorremmo riportare a casa Roberto, ma abbiamo paura». ©RIPRODUZIONE RISERVATA