I nuovi equilibri della Ue Nessuna decisione importante senza il sì di Merkel e Renzi

Il Consiglio Europeo con le sue conclusioni e le sue decisioni segnala una trasformazione degli equilibri dell'Unione, frutto essenzialmente delle recenti elezioni europee. Nonostante alcuni continuino a sostenere che non contano, esse hanno invece avuto un impatto decisivo sia in molti Paesi, che nei loro rapporti, che a livello europeo. Tra i Paesi maggiori solo la Merkel e Renzi tra i leader in carica hanno vinto le elezioni: la Merkel ha però perso voti rispetto alle politiche, mentre Renzi ne ha guadagnati portando il Pd ad essere il primo partito in Europa, e la più ampia componente del Gruppo socialista al Parlamento europeo. In sostanza oggi nessuna decisione può essere presa senza il consenso di Angela Merkel e di Matteo Renzi. Non è la sostituzione del vecchio asse franco-tedesco con uno italo-tedesco, ma la presa d'atto che i soggetti che hanno politicamente un potere di veto, cioè senza il cui accordo è impossibile procedere, sono cambiati. Dopo il tracollo elettorale del partito socialista in Francia, Francois Hollande è un presidente azzoppato, non in grado di prendere l'iniziativa a livello europeo. Ha bisogno di giocare d'intesa con Renzi per favorire quel cambio d'agenda a favore della crescita che la Francia da sola non era riuscita ad ottenere. La Germania e l'Italia sono fortemente interdipendenti economicamente, e storicamente nei momenti difficili ci è sempre venuta incontro. Perché l'Unione europea e l'Eurozona superino la crisi bisogna che l'Italia si riprenda, e che giochi un ruolo propulsivo in Europa conformemente alla sua tradizione europeista. I due leader sono pragmatici e in grado di trovare soluzioni e compromessi costruttivi che permettano al processo di integrazione di procedere: ed ecco che le conclusioni del Consiglio ribadiscono i vincoli ma anche gli strumenti di flessibilità e la priorità politica della crescita e dell'occupazione: l'agenda sta cambiando. Chi ha vinto le elezioni non può certo sconfessarne l'importanza, o delegittimarle: ecco dunque Juncker alla presidenza della Commissione. Presidente della Commissione diviene il candidato del partito che ha ottenuto più seggi: è la vittoria del Parlamento e della democrazia europea. I principali gruppi al Parlamento europeo - popolari, socialisti e liberal-democratici - che rappresentano le forze al governo nella maggior parte, ma non la totalità, dei Paesi europei si apprestano a sostenerlo sulla base di un patto di governo fondato su un'agenda per la crescita. Anche in questo Renzi ha avuto un ruolo decisivo, chiedendo che si decidesse prima l'agenda della nuova Commissione, e ottenendo dai socialisti europei di farne la condizione del loro appoggio a Juncker. Juncker ha esperienza, capacità di mediazione e una visione europeista - fu tra i primi a proporre gli eurobond, parlò di un reddito minimo europeo, e fu tra gli estensori della road map verso le unioni bancaria, fiscale, economica e politica approvata nel dicembre 2012. Talvolta alla sinistra è toccato di dover risanare i conti, contando su una maggior disponibilità di sindacati e forze sociali. Ora potrebbe toccare a un popolare dotare l'Unione europea degli strumenti per realizzare efficaci misure per la crescita e l'occupazione. È stata una decisione storica, che applicando pienamente il Trattato di Lisbona avvia la trasformazione dell'Unione in una democrazia parlamentare, sebbene consociativa. Questo è ciò che il Regno Unito più di ogni altra cosa non voleva, e in definitiva sancisce l'isolamento britannico, acuito dalla tattica suicida del premier David Cameron che quindi difficilmente otterrà compensazioni sulle altre nomine in arrivo. Sulle nomine relative al Presidente del Consiglio europeo, all'Alto rappresentante per la Politica estera, e al presidente dell'Eurogruppo e ai principali portafogli della Commissione si continuerà a discutere, tenendo presente degli equilibri tra i Paesi e tra le forze politiche. ©RIPRODUZIONE RISERVATA