Yara, l'accusa del pm «Uccisa con crudeltà»

di Maria Rosa Tomasello wROMA Adesso che «il caso è praticamente chiuso», sappiamo dal provvedimento di fermo del pm che Yara fu uccisa «con crudeltà»: nel freddo di quel 26 novembre, in un campo buio di Chignolo d'Isola, gli ultimi attimi di vita della ragazzina che sognava di essere una grande ginnasta furono pieni di orrore. L'assassino che per l'accusa ha il volto e il nome di Massimo Giuseppe Bossetti, infierì su di lei senza alcuna pietà: Yara ricevette «tre colpi al capo e plurime coltellate in diverse regioni del corpo e fu abbandonata agonizzante» nel prato isolato, per essere ritrovata, nonostante le interminabili ricerche, solo tre mesi dopo. Morì senza una ragione, per le ferite e per il freddo, e per quella fine spaventosa, tre anni e mezzo dopo, Bossetti è accusato di omicidio con l'aggravante delle sevizie e della crudeltà. Sul corpo martoriato di Yara - dove i medici conteranno numerose contusioni e i segni di almeno otto lesioni da taglio in varie parti, gola, torace, schiena, polsi, arti - l'assassino ha lasciato senza accorgersene la sua firma: una traccia, forse di sangue, che permetterà agli investigatori di isolare il profilo genetico dell'uomo che fino a due giorni fa è stato "Ignoto 1". L'impronta viene isolata sugli slip e sui leggins della ragazzina, e per gli investigatori appartiene verosimilmente al killer perché si trova «in un'area attigua a un margine dell'indumento che è stato reciso con un'arma da taglio affilata». Dunque, per il pm Letizia Ruggeri, è logico che la traccia possa essere stata lasciata durante l'aggressione: Yara tenta di resistere alla violenza, e nella sua disperata e disarmata difesa, in qualche modo innesca la trappola per il suo carnefice. Il Dna di Bossetti, scrive il pm, mostra «una sostanziale, assoluta compatibilità» con quello ritrovato sul cadavere. Una "sovrapponibilità" che, assieme agli altri tasselli di un puzzle che si ricompone, fa esclamare al procuratore generale di Brescia Pier Luigi Maria Dell'Osso, competente anche su Bergamo: «La situazione ci fa dire che il caso è praticamente chiuso». L'operaio 44enne di Mapello, l'insospettabile con la villetta a due piani, la moglie e i tre figli, il quadro di una vita "normale", viene fermato perché per gli inquirenti esiste il rischio concreto di fuga nel caso in cui venga a sapere che è il sospettato numero uno per l'omicidio di Yara Gambirasio. La svolta nelle indagini, spiega il comandante provinciale dei carabinieri Antonio Bandiera arriva venerdì scorso, quando gli investigatori ricevono la conferma che una delle donne "esaminate" nella ricerca del Dna del figlio illegittimo dell'autista di Gorno, Giuseppe Guerinoni ("intercettato" durante i 18mila test del Dna eseguiti nel corso dell'inchiesta) è la madre di "Ignoto 1". Domenica Giuseppe Massimo Bossetti viene sottoposto a sua insaputa, con uno stratagemma, al prelievo del Dna: viene fermato da una pattuglia per un controllo di routine con l'etilometro, e dalle analisi del tampone con la sua saliva nei laboratori dell'università di Pavia arriva la risposta attesa: il profilo genetico dell'uomo è identico a quello ritrovato sul corpo di Yara. «Se è stato lui deve pagare: poteva succedere a un nostro conoscente e invece è successo a noi» si sfoga, parlando con una vicina la madre dell'uomo, Ester Arzuffi, 67 anni, una vita da operaia in una cooperativa, che vive con il marito a Terno d'Isola, nella bergamasca. Ma al sindaco Corrado Centurelli conferma la sua fiducia nel figlio: «È innocente, credo nella sua innocenza» ripete la donna, preoccupata soprattutto per i tre nipotini e la nuora, Marita Comi. «Confidano nella magistratura e si muoverà per provare l'innocenza del figlio» sottolinea il sindaco. Ester è chiusa in casa con il marito, non risponde a nessuno. «È devastata, dice che non può essere stato suo figlio - racconta un'amica - e continua a dirci che è vero che ha fatto il test del Dna ma sostiene che Giuseppe è il figlio di suo marito Giovanni». Tutti gli indizi, però, confermano gli inquirenti, portano a Bossetti. Il Dna, certo. Ma anche le «polveri riconducibili a calce» ritrovate sul corpo e sugli indumenti della vittima, e nel suo albero bronchiale, una "contaminazione" determinata probabilmente dall'uso di materiali edilizi da parte dell'assassino. E i tabulati telefonici di quel 26 novembre, che rivelano come l'utenza intestata all'operaio abbia agganciato «alle 17.45 la cella di via Natta a Mapello» per poi "spegnersi" fino alle 7.34 del mattino seguente. Ma se per il procuratore «il caso è chiuso», il questore di Bergamo, Fortunato Finolli, resta prudente: «Il caso non può considerarsi chiuso fino a quando non interverrà una sentenza». Ci sono «numerosi altri accertamenti da svolgere su Bossetti, per capire se abbia agito da solo o se qualcuno sapeva e ha taciuto» spiega. Il presunto omicida, che ha trascorso ieri la sua seconda notte in carcere, è un uomo «scosso, provato» e «preoccupato per la famiglia»: durante il primo interrogatorio ha scelto il silenzio, ora il gip dovrà decidere se convalidare il fermo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA