I 2 MATTEO UN PATTO STRATEGICO
di ANDREA SARUBBI Non lo diranno mai, ma ai bersaniani un dito nell'occhio avrebbe dato meno fastidio della nomina di Orfini a presidente dell'assemblea Pd. Perché la morsa dei due Matteo - divisi da molte idee, uniti da una battaglia generazionale a tratti anche spietata - rischia di fare a pezzetti la minoranza del partito, già litigarella di suo e reduce da mesi complicati. La sinistra interna, così com'era qualche tempo fa, non esiste più: Civati gioca una partita a parte, sulla linea di confine; i giovani turchi sembrano più preoccupati dall'obiettivo di far fuori i vecchi, per candidarsi un giorno come unica alternativa a Renzi; tutto il resto - Cuperlo compreso - cerca come può di uscire dall'irrilevanza, ma non ci riesce. Perché la tenaglia, appunto, stringe forte. Il tentativo bersaniano di ieri, prima dell'elezione di Orfini, aveva un nome e un cognome: Nicola Zingaretti. Il governatore del Lazio era infatti l'unico su cui i giovani turchi - per il resto indisponibili a trattare con gli ex alleati della minoranza - non avrebbero obiettato, ma pure il primo che Renzi ha fatto immediatamente cadere: perché mettersi in casa lo sfidante potenzialmente più accreditato, quando c'è un'alternativa meno pericolosa sul fronte della leadership? E perché dare all'opposizione interna la possibilità di ricompattarsi, quando la storia insegna che dividere aiuta a regnare? Così ora il Pd ha un Matteo segretario e un Matteo presidente, legati da un patto che va avanti da prima del congresso. C'era un momento, con Letta premier, in cui i lettiani avrebbero voluto rimandare le primarie alla primavera: temevano infatti quello che si è verificato, e cioè che una vittoria dell'allora sindaco di Firenze lo avrebbe portato a chiedere Palazzo Chigi. Ma mentre i bersaniani li appoggiavano, i giovani turchi si misero di traverso: non è un caso, dicono i maligni nel Pd, che la loro corrente sia così ben rappresentata negli incarichi di governo. Né pare un caso, anche agli osservatori esterni, che nei momenti di maggiore difficoltà - uno su tutti: la parità di genere nell'Italicum - siano stati proprio loro a salvare Renzi, mandando avanti le deputate giovani a parlare contro l'emendamento più delicato. Il resto sono voci e sospetti - come quello dei bersaniani, secondo cui i due Matteo abbiano organizzato il famoso ammutinamento dei 101 - che non hanno prove. Ma che la strana alleanza sia salda, questo sì, è sotto gli occhi di tutti. Gli appassionati del genere avranno notato, all'assemblea di ieri, gli zero applausi ricevuti da Fassina nel suo intervento in difesa dei senatori dissidenti: un momento quasi imbarazzante, considerando la popolarità dell'ex viceministro fino a qualche mese fa. Non è soltanto un problema di merito, perché al dissidente Tocci - tanto per dirne uno - è andata decisamente meglio: Fassina è invece l'ex giovane turco passato ai bersaniani, che meglio di tutti - forse insieme alla vecchia guardia, Franceschini escluso - fotografa il pezzo (una volta maggioritario) del Pd finito in mezzo alla tenaglia. Ci sarebbe poi da aprire un discorso serio sul ruolo del presidente del partito, che in realtà nemmeno esisterebbe: lo statuto parla infatti di un presidente dell'assemblea, attribuendogli un ruolo semi-notarile (la convoca almeno due volte l'anno, tiene il registro delle mozioni, decide a chi dare la parola) e non certo indispensabile. Tanto è vero che il Pd ne è rimasto privo per parecchio tempo: un anno e mezzo tra le elezioni 2008 e la vittoria di Bersani, altri 8 mesi tra la notte dei 101 e la vittoria di Renzi, altri 5 mesi dalle dimissioni di Cuperlo a ieri. Il primo presidente d'assemblea fu Prodi, che però interpretò la carica come onorifica e non mise mai bocca nelle questioni politiche. Qualcosa cambiò con Rosy Bindi - tra l'altro, discreta azionista della candidatura Bersani - che tra il 2009 e il 2013 diede alla presidenza un peso più politico, svolgendo di fatto il ruolo di numero 3 del partito dopo il segretario e il suo vice. Cuperlo non ebbe nemmeno il tempo di ambientarsi, perché quella battuta di Renzi sul suo inserimento nelle liste bloccate lo convinse a dimettersi dopo appena un mese. E ora, appunto, tocca a Orfini, cresciuto alla scuola di D'Alema e già così sagace.