Antonia Pozzi una poetessa fuori dagli schemi
PAVIA Si terrà sabato alle 21, in Santa Maria Gualtieri, una conferenza su Antonia Pozzi organizzata dall'associazione Amici della Biblioteca Bonetta, che vedrà relatrici suor Onorina Dino, fondatrice e curatrice dell'Archivio Antonia Pozzi, e Graziella Bernabò, biografa della poetessa milanese (1912 – 1938), molto legata alla Zelata. Considerate le due massime esperte e studiose dell'opera di Antonia Pozzi, suor Onorina Dino – a cui la madre della poetessa affidò le carte della figlia – e Graziella Bernabò – scrittrice e saggista di letteratura femminile del '900, già autrice di una biografia della Pozzi - collaborano da anni per far conoscere l'opera e la figura di Antonia Pozzi che, dopo una parziale riscoperta da parte di Eugenio Montale, negli ultimi anni sta tornando al centro del dibattito sulla poesia del '900, sotto una nuova luce. Anche grazie al recupero della sua opera integrale, oggi si riesce infatti a rendere giustizia alla poetessa morta suicida a 26 anni, più di quanto abbiano fatto i suoi contemporanei. «Ritengo che la poesia di Antonia Pozzi sia una voce femminile particolarissima, nata al di fuori dagli ambienti letterari chiusi del '900 come libera forma di espressione di una donna che tutto interpretava da un punto di vista femminile – dice Graziella Bernabò - A quell'epoca non poteva certo essere capita». Quali sono i tratti distintivi della poesia di Antonia Pozzi e in cosa si discosta da quella dei suoi contemporanei? «La sua è una poesia immediata e non meditata, pur con un evidente lavoro di rielaborazione e di lima, ma va oltre gli schemi di quel tempo. Il motivo per cui non poteva essere capita dai suoi contemporanei va ricercato nel fatto che Antonia Pozzi esprimeva un mondo di donna con un simbolismo tutto suo, ricco di pathos, controcorrente. Negli Anni '30, la poetica dominante degli ermetici era la poetica dell'assenza e della distanza, del non sentirsi radicati rispetto a un mondo di crisi che preludeva alla seconda guerra mondiale. Al contrario, nella poesia della Pozzi sono palpabili un corpo, una fisicità, elementi ben riconoscibili di una realtà ben definita e un desiderio di recuperare le proprie radici. Radici che affondano anche in territorio pavese». Qual era il legame di Antonia Pozzi con il nostro territorio? «Era molto legata alla pianura lombarda: i suoi nonni materni possedevano una tenuta alla Zelada di Bereguardo, dove Antonia trascorse periodi lieti e sereni, e dei quali conservò sempre un vivo ricordo. Suo nonno fu il conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana, e con sua nonna materna Maria Gramignola, nipote di Tommaso Grossi, e affettuosamente chiamata "Nena", la poetessa aveva un rapporto molto stretto. E' a lei che Antonia Pozzi pensò come figura centrale di un romanzo storico al femminile, ambientato tra la Zelata e Pasturo, progettato poco prima di morire. A questo proposito ci fu un lunghissimo scambio di lettere tra nonna e nipote, di cui non oggi siamo in possesso». Marta Pizzocaro