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La retorica celebrativa dei liberatori, che è in agguato anche quando si commemorano giustamente i sacrifici di militari e civili combattenti contro la Germania nazista, non è il modo migliore per dare senso al nuovo corso che allora si delineò, e ora andrebbe rivalorizzato, dell'Europa. Nel coro dell'atto terzo dell'Adelchi Alessandro Manzoni rivolge agli italiani un messaggio accorato e sferzante, invitandoli a non credere mai in un esercito liberatore, poiché non si può davvero pretendere da un altro popolo un sacrificio umano così grande come quello rappresentato da una guerra in paese straniero, per puro altruismo. Il poeta parlava, in quella tragedia storica, della calata in Italia settentrionale dei Franchi di Carlo Magno contro gli altri dominatori insediati nel nostro territorio, i Longobardi; ma alludeva alla più recente liberazione promessa e tradita dai Francesi di Napoleone, divenuto poi oppressore nella nostra penisola. Con apparente contraddizione tuttavia il cristiano Manzoni, senza idealizzare affatto Carlo Magno, lo recupera come strumento divino provvidenziale per rilanciare una Chiesa minacciata, e attraverso questa una speranza di pace. Con lo stesso spirito, in chiave laica, dovremmo ricordare il valore storico dello sbarco in Normandia, che dopo la gloriosa difesa sovietica di Stalingrado costituì tramite la nuova epopea americana la svolta verso l'abbattimento del nazismo e dei suoi orrori. Non si tratta di fingere una disinteressata vocazione liberatrice dell'esercito d'oltreoceano, ma di cogliere e consacrare l'universo di valori in qualche modo antitetici alla concezione nazista, che scaturì per umana (e divina?) provvidenza dai massacri reciprocamente atroci della seconda guerra mondiale. D'altra parte, nella recente commemorazione di Omaha Beach si è reso omaggio da parte di Hollande non solo all'eroico soldato americano (e implicitamente a quello dell'Armata Rossa?) grazie a cui l'Europa ha potuto salvarsi e aprire un capitolo nuovo nella sua storia, ma anche ai più genuini patrioti ribelli vanamente auspicati per il primo Ottocento da Manzoni nell'opera citata, e sorti invece per incanto nel nostro paese a testimoniare dignità nazionale, libertà e pace: i partigiani insomma, nel contesto più ampio della Resistenza del popolo italiano (ed europeo) contro la dittatura oppressiva e le sue inaudite violenze. Tale riconoscimento, settanta anni dopo, del ruolo della Resistenza in un consesso solenne di livello internazionale, non era scontato, visto che anche nei momenti drammatici del 1943-45 vi furono incomprensioni, divisioni interpretative e persino irridenti qualunquismi al riguardo. In un'Europa minacciata da nuovi inquietanti nazionalismi e razzismi, questo recupero genuino della lotta antifascista forse non è casuale.Oggi comunque ci si gioca la credibilità non con le orazioni di rito, ma operando a favore di una pace vera, a partire dall'Ucraina in fiamme per molteplici responsabilità, possibilmente senza eserciti liberatori. Giuseppe Porqueddu