Per Matteo adesso viene il difficile
Non sappiamo come sarà l'Italia che Matteo Renzi ha in mente. Sempre che ce l'abbia davvero un progetto. Ma possiamo intuire che cosa l'Italia che lo ha votato si aspetta da lui. L'Italia. E non solo la sinistra. Perché se è vero che il Pd ha superato - a sua insaputa, è il caso di dirlo - la soglia proibita del 40%, è anche vero che quegli 11 milioni a passa di elettori non sono diventati all'improvviso di sinistra. No, più che la ditta (come avrebbe detto fino a un anno fa Bersani riferendosi al partito e al suo apparato), hanno scelto il titolare dell'impresa. Ovvero Renzi. Non il partito rissoso e prigioniero della sua storia, ma il leader che quella stessa storia vuole archiviare attuando un riformismo concreto e post-ideologico. Per la prima volta con Renzi il Pd ha conquistato5 voti su cento addirittura tra chi nel ventennio era stato sedotto da Berlusconi. Salgono a 9 su cento coloro che nel 2013 avevano scelto i 5 Stelle. Gli infedeli, secondo un sondaggio di Demopolis pubblicato ieri su questo giornale. Lavoratori autonomi, liberi professionisti, imprenditori - non solo del Nordest - che in passato hanno sempre votato per il centrodestra e l'anno scorso, in parte, Grillo. Ma domenica scorsa hanno cambiato atteggiamento. Consentendo una svolta storica. La sinistra è uscita dalla sua ridotta minoritaria ma al tempo stesso ha urgente necessità di accelerare il suo processo di rinnovamento. Non solo con l'anagrafe e nell'aspetto. Ma attraverso le idee e i linguaggi. Insomma, meno Michele Santoro e i suoi emuli; più decreti e riforme. L'Italia infatti ha espresso un voto di stabilità, dando a Renzi quel viatico per concludere la legislatura alla sua scadenza naturale nel 2018. La manovra di palazzo, peccato originale del successore di Enrico Letta a Palazzo Chigi, è stata in questo modo emendata. Determinante nel creare consenso l'operazione 80 euro. Il segretario-premier è apparso spregiudicatamente concreto. Lo ha deciso, lo ha fatto. Restituendo soldi a 10 milioni di lavoratori dipendenti, ha rafforzato l'impronta laburista del suo partito che ancora l'anno scorso era arrivato terzo nel voto operaio, scavalcato sia dai 5 Stelle che dal Pdl. Con il bonus in busta-paga ha attuato un'azione di redistribuzione del reddito e quindi di giustizia sociale. Dimostrando che il Pd non è solo un partito radicaleggiante, concentrato - come spesso è apparso - su battaglie nobili ma lontane dalle questioni drammatiche poste dalla crisi economica. Contemporaneamente ha acquisito credito verso quei ceti che, pur non appartenendo al lavoro dipendente, hanno visto all'opera un leader di sinistra che anziché imporre nuove tasse ha finalmente restituito soldi. Pochi o molti, non è questo il punto. C'è tutto un mondo di artigiani, piccolissimi imprenditori, partite Iva - spesso molto meno garantiti di un operaio - che spera in una boccata d'ossigeno per l'economia. Che ha bisogno di nuove regole, fuori dai riti consociativi sia del sindacato che della Confindustria. E l'altro giorno Renzi, con la vittoria già in tasca, ha pareggiato il conto: ha disertato l'assemblea nazionale di Confindustria così come già aveva fatto con la Cgil. Gesti espliciti per liberarsi di arrugginite catene: sia la dipendenza nei confronti di un sindacato chiuso nella conservazione dell'esistente che la sudditanza psicologica verso la grande impresa. Nelle prossime settimane si vedrà se al vasto consenso corrisponderà la responsabilità dell'azione. Le cose da fare Renzi le ha elencate nel corso della direzione del Pd. Cambiare l'Italia e, forse, l'Europa: ora viene il difficile. Con una sinistra più distante dai disastri di Hollande, ma più vicina a un riformismo tutto da scoprire. ©RIPRODUZIONE RISERVATA