LA VITTORIA SCIOGLIE LE CORRENTI
di ANDREA SARUBBI Chissà, forse ci voleva il successo alle Europee per far capire al Pd che il consenso non si conquista col bilancino del farmacista, e che «un partito del 40 per cento non può essere fondato sulle correnti». Ma se a dirlo è la lettiana Paola De Micheli, probabile nuova presidente al posto del dimissionario Gianni Cuperlo, c'è sempre il dubbio che sia una frase di circostanza. Fatto sta che, di fronte allo straripamento di Renzi, al Nazareno si sono messi tutti in fila: alcuni in buona fede e altri un po' meno, alcuni pronti a consegnare le armi e altri solo a rinfoderarle, in attesa del prossimo agguato. L'unica voce fuori dal coro sembra essere oggi quella di Pippo Civati, che ancora vagheggia di un Nuovo centrosinistra guardando ai grillini delusi e a Sel, e che mantiene viva la propria leadership nella piccola ma battagliera area del dissenso interno. Per il resto, anche i lupi di vecchio pelo sembrano aver preso atto delle abilità del ragazzo fiorentino. Che prima definivano soltanto "spietato e veloce", e ora cominciano a considerare quasi uno statista. Almeno tanto quanto la vittoria, ai dirigenti più navigati è piaciuta la linea renziana del giorno dopo: calma e gesso, strizzatina d'occhio ai Cinquestelle che vorranno collaborare e tenuta del patto con Berlusconi sulle riforme. E così, dopo gli ultimi avvenimenti, qualcuno tra i più scettici si è ricreduto davvero; altri, invece, fanno soltanto finta, seguendo la vecchia massima secondo cui, se non puoi sconfiggere qualcuno, ti ci devi alleare. Almeno all'apparenza, quindi, il Pd sembra guarito dalla malattia cronica del tafazzismo: d'altra parte, dopo l'alluvione di voti di domenica scorsa si rischierebbe il ridicolo. C'è un leader riconosciuto da tutti - cosa che non accadde nemmeno a Veltroni, se non nei sei mesi trascorsi fra le primarie di ottobre 2007 e le elezioni politiche di aprile 2008 - e a nessuno, per il momento, viene in mente di segare l'albero su cui si è comodamente seduti. Ma guardando più in profondità, soprattutto a livello locale, si capisce che in realtà la battaglia correntizia non è finita per niente: si è solo spostata all'interno della cornice del renzismo, più o meno autentico, dove pure volano colpi bassi. Il caso di Roma, da questo punto di vista, racconta come la guarigione non sia ancora completa: la classifica delle preferenze ottenute dai candidati in lista alle Europee è diventata l'occasione per un regolamento di conti interno, che ha cercato di tirare in ballo anche il sindaco, Ignazio Marino e il presidente della Regione, Nicola Zingaretti, invitati a "sintonizzarsi sul fuso orario di Palazzo Chigi". Come nelle migliori tradizioni cortigiane - per usare le parole di Michele Meta, deputato romano e presidente della commissione Trasporti della Camera - è partita la gara ad apparire più renziani dello stesso Renzi, che tra l'altro è troppo furbo per farsi trascinare nelle beghe interne e invita tutti a non rovinare la festa. Ecco allora il suo invito di ieri, nell'intervento in direzione nazionale, a mettere da parte il congresso e a sfruttare l'assemblea nazionale del 14 giugno come l'occasione di un nuovo inizio, perché «non interessa a nessuno» che il Pd sia «una sommatoria di correnti» e perché «le spartizioni correntizie hanno già mostrato il fiato corto». Questo significa davvero che il bilancino del farmacista andrà in pensione? No, e le prossime nomine lo dimostreranno: solo che si chiamerà pluralismo, ricchezza, valorizzazione delle diversità, e che nessuno degli esclusi potrà aprire bocca per lamentarsi, né avrà modo di minacciare ritorsioni. Perché, questo sì, con la vittoria esagerata di Renzi alle Europee è finita se non altro l'era dei caminetti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA