«Canto in dialetto per poter raccontare emozioni autentiche»

PAVIA «Il dialetto è uno scrigno per la memoria che racconta la storia di un popolo» dice Peppe Voltarelli, musicista, attore, fondatore e frontman dal 1991 al 2005 della cult band calabrese "Il Parto delle Nuvole Pesanti", oggi solista che ha scelto di cantare un po' della sua Calabria nel dialetto natìo. Proprio per questo stasera alle 21 nel cortile del Broletto sarà ospite della prima puntata di "Raccontami", rassegna organizzata dall'Assessorato alla Cultura del Comune con l'associazione culturale Pomodori Music (ingresso libero). L'evento coincide con la tappa pavese del "Tenco ascolta", il format - nato in seno al Club Tenco nel 2008 per portare sul palco nuovi e selezionati talenti della canzone d'autore – che approda a Pavia in una versione dedicata al dialetto. Oltre a Voltarelli ci saranno anche I Fiö dla Nebia (dialetto pavese), Aldo Lundari (dialetto siciliano), La Mesquia (lingua occitana) e Vad Vuc (dialetto ticinese) e Paola Turci. Dice Voltarelli: «Il dialetto custodisce le culture di luoghi differenti che sono stati unificati, è la lingua del popolo e della civiltà contadina». Lei nel 2010 ha vinto il Premio Tenco per la canzone in dialetto calabrese. Perché la scelta di cantare in dialetto? «Il dialetto racconta le emozioni nella maniera più autentica e viscerale e o credo che sia non solo possibile, ma necessario continuare a scrivere e a raccontare in dialetto. E' una fortuna che in molte regioni non si sia mai spento». A febbraio è uscito il suo terzo lavoro solista, "Lamentarsi come ipotesi". «Contiene 12 nuove canzoni e il titolo esprime l'intenzione di cercare per il lamento, storicamente legato a un'occasione di dolore, uno spazio nuovo, diverso e alternativo, che lo concepisca come una possibile fonte di gioia. Nella canzone, in maniera provocatoria, si dice "il lamento per noi è godimento"». A gennaio è anche uscito il suo primo libro, "Il caciocavallo di bronzo". Com'è approdato alla letteratura? «Avevo la necessità di raccontare la mia terra in un modo poco ortodosso. Parla di Calabria, ma non è un libro celebrativo di una cultura, anzi, è una mappa alternativa che viaggia fuori e lontano dallo stereotipo, con molta ironia e autocritica. Al caciocavallo di bronzo, un monumento che desta scalpore, è dedicato il capitolo finale». (m.pizz.)