L'EUROPA E IL DERBY ITALIANO
di LUIGI VICINANZA Surreale campagna elettorale. Per chi non se ne fosse accorto, domani si vota per eleggere il Parlamento europeo, il primo nella storia recente che ha il potere di designare il presidente della Commissione europea; insomma per dirla in gergo giornalistico, colui che diventerà il premier d'Europa. 28 paesi, 400 milioni di cittadini. In Italia si va alle urne - quelli che decideranno di andarci - in un clima da derby. Da tifosi, peggio da ultras. Non c'è spazio per la ragione. Si va di pancia. Urlando slogan e agitando le mani. Basta con l'Europa. Basta con la moneta dei banchieri e della finanza internazionale. Basta sacrifici in nome dello spread. Basta, basta, basta... Eppure quello di domani è un appuntamento importante, ben oltre il cortile domestico. Ma qui da noi, sin da quando si votò per la prima volta per l'Europarlamento, ormai nel lontano 1979, le abbiamo sempre considerate elezioni di serie B. Un lussuoso pensionamento per politici a fine carriera - De Mita, Mastella, Borghezio... - una collocazione che conferisce status senza responsabilità. Non è un caso poi se, nelle classifiche dell'impegno parlamentare, gli italiani compaiano dal cinquecentesimo posto in giù. Abbiamo lasciato agli altri paesi la fatica di legiferare. E così questa Europa non ci piace. Eppure appena dieci anni fa due su tre ci dichiaravamo eurottimisti. Oggi sei su dieci siamo delusi. Colpa dell'euro, senti ripetere, che ci ha impoveriti perché quando c'era la lira mammà con mille lire riusciva a comprare il latte e il pane. Perché quando c'era la lira esportavano scarpe, mobili e ogni ben di dio e i cinesi se ne stavano a casa loro. Perché la politica del rigore ci sta stroncando tutti mentre prima potevamo svalutare a nostro piacimento e, voilà, i conti tornavano. Ne abbiamo collezionati di errori in questi anni. E vero. Però il luogocomunismo alimentato da una classe dirigente insipiente è distratta rischia di creare guasti più gravi. Stiamo buttando a mare la costruzione più sofistica e complessa della storia contemporanea. L'Europa appunto. Sentimento diffuso anche in altri paesi. A partire dalla Francia dell'ultradestra di Marine Le Pen. Passando per Austria, Olanda, Inghilterra. La Grande Crisi ha accentuato la nostalgia del passato, il ritorno allo Stato nazione contro i nemici esterni che minacciano benessere e stabilità. Un male cronico del Vecchio Continente. La nostalgia di una inesistente età dell'oro strumentalizzata per manganellare l'incerto presente. Ci eravamo illusi di aver chiuso il Novecento, con le sue immani tragedie, proprio affidandoci a un ideale sovranazionale. Ed ecco che proprio nel Belpaese c'è chi evoca a sproposito Hitler. Quanta ignoranza, quanta irresponsabile superficialità. Mi piace citare un brano di un raffinato scrittore ungherese, Sándor Márai, perseguitato nel suo paese dal nazismo prima, dal comunismo dopo. Si rifugiò in Italia e in un suo romanzo dedicato alla condizione del profugo, "Il sangue di San Gennaro" (pubblicato un paio d'anni fa da Adelphi), così interpreta il sentimento di chi è costretto a scappare dai totalitarismi: «Impallidivano, perché abbandonavano qualcosa, un luogo dove avevano perso tutto e, a volte, tutti. La maggior parte di loro non conosceva la letteratura europea, non aveva visitato le pinacoteche più importanti, le meravigliose chiese europee, la maggior parte di loro non aveva visto niente di tutto quello che in Europa è bello. Eppure impallidivano. Si vede che non è possibile nascere impunemente in Europa...». No, non si nasce impunemente in questo continente finalmente unificato. Nè lo si può lasciare andare impunemente in pezzi. Nessuno si senta escluso. l.vicinanza@finegil.it @VicinanzaL ©RIPRODUZIONE RISERVATA