TV E PIAZZA LE DUE FACCE DI BEPPE

di VITTORIO EMILIANI Il più pesante, in una campagna elettorale europea dai toni gridati, ieri è stato Berlusconi quando ha dato a Grillo dell'«assassino», per la condanna per omicidio plurimo colposo di anni fa, e dell'«evasore fiscale». Il che suona francamente paradossale in bocca a un condannato per frode fiscale. E il leader del M5S non ha tardato ovviamente a rispondere evocando «gli ultimi giorni di Pompei». Da Vespa invece aveva tenuto una linea "di governo" più che "di lotta", come già il sodale Casaleggio da Lucia Annunziata. A qualcuno Grillo è sembrato "vespizzato", indotto cioè a usare toni più pacati, ad accettare domande senza reagire scompostamente all'aplomb doroteo di Vespa, a non urlare e straparlare come fa nelle piazze. Probabilmente voleva accreditarsi presso un pubblico diverso da quello che delira per lui quando tira in ballo Hitler o garantisce che «processerà» (espressione agghiacciante) i politici e magari i giornalisti, a conclusione di una gogna mediatica che va avanti da mesi e mesi, anche in Parlamento, eccitando, purtroppo, le folle. Ha assistito a "Porta a Porta" - giunto lunedì sera a sfiorare i 4,3 milioni - un pubblico in parte insolito, gente che voleva capire meglio come stanno le cose per decidere se e chi votare. Alla domanda: chi metterà al governo? «Persone oneste», ha risposto Grillo. Troppo poco, francamente. Si può ben essere onesti ma incapaci e incompetenti. E poche ore dopo ha ripreso le sue bordate violente contro tutti. Matteo Renzi aveva poco prima invitato italiane e italiani a premiare la speranza, a «non votare i buffoni», allusione trasparente a chi il comico lo ha fatto di mestiere per decenni prima di entrare in politica. Ma pure l'altro dei suoi competitors è stato definito, fin dagli esordi da premier, «he jester», il giocoliere, il buffone, dall' Economist. Una gara dura, a ben vedere (o a ben sentire). Insomma - a parte gli insulti di Grillo alla Merkel e le gaffes di Berlusconi sui lager - i veri temi dell'Europa sono rimasti in sottofondo. Renzi tuttavia ha cercato di accreditarsi come il leader mediterraneo che resta saldamente nell'Ue ma per cambiarla, tentando così di conservare al Pd quel dissenso di sinistra che guarda con simpatia ad Alexis Tsipras e alla sua lista (abbastanza oscurata peraltro). Noi italiani siamo stati molto europeisti finché da Bruxelles abbiamo avuto vantaggi economici tangibili. Lo siamo molto meno ora, sia perché la regìa pressoché unica della Germania minaccia di privilegiare se stessa anche a costo di spompare i partners, sia perché non vediamo più tanto burro sul pane europeo e ancor meno salmone, o prosciutto. In realtà i nostri elettori conoscono soltanto per titoli la politica europea. Ignorano che - tranne che per il settore agricolo divenuto molto dinamico di recente - l'Italia fino al 2013 utilizzava solo al 40% quei fondi europei ai quali contribuisce pesantemente (la Spagna invece utilizza più di quanto ha versato). Oltre a pagare sonore multe per le frequenti infrazioni. Colpa di quella burocrazia - più regionale che statale, temo - alla quale Renzi promette una riforma «violenta». Certo, queste elezioni non sono - come vorrebbe in modo quasi primordiale Grillo - un "giudizio di dio" su euro sì o no. Non c'è economista serio che proponga l'uscita dalla moneta unica. Ma sono in tanti a spingere per una politica europea che privilegi gli investimenti produttivi in luogo della difesa imbalsamata dei conti e di un rigorismo destinato a schienare le economie più depresse. Gli è che il risultato delle europee condizionerà in Italia un assetto politico già fragile. Se Grillo, sparando nel mucchio, saccheggia Forza Italia, non fa consolidare Alfano e magari avvicina il Pd, saranno dolori per tutti. Ci sarà assai poco da ridere alle sue sparate. Saremo ancor più i soliti, inaffidabili italiani. ©RIPRODUZIONE RISERVATA