Matacena, giallo sui soldi «Ha un conto alla Camera»
ROMA È un giallo l'esistenza di un conto aperto alla Tesoreria della Camera a nome di Amedeo Matacena, l'ex parlamentare di Forza Italia condannato a 5 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Un conto su cui sarebbe transitato il denaro destinato a finanziare la sua latitanza a Dubai e che, soprattutto, avrebbe dovuto essere utilizzato per il suo trasferimento in Libano. La sua esistenza viene citata in una conversazione del 5 febbraio tra l'ex ministro Claudio Scajola e la moglie di Matacena, Chiara Rizzo, arrestata a Nizza due giorni fa e ora in attesa dell'udienza (rinviata a domani) che dovrà decidere sull'estradizione. A Scajola che chiede «se Amedeo ha un conto alla Tesoreria della Camera», la donna risponde: «Sì, l'ultima volta ho pagato versando ad Amedeo là». «È perfetto» replica l'altro, sostenendo che «risolveranno tutto in questo modo». Ma mentre da Montecitorio smentiscono: «Non esistono conti intestati a singoli o a ex deputati», dagli Emirati Arabi è lo stesso Matacena a dare una conferma parziale: «Ho un conto alla Camera, serve a pagare l'assistenza sanitaria, ma è sempre stato a zero. Servito per la mia latitanza? È una favola». Di Matacena Silvio Berlusconi dice di non ricordarsi: «Sarà stato deputato vent'anni fa» taglia corto il leader di Forza Italia. Eppure Amedeo Matacena jr, 51 anni, deputato azzurro dal 1994 al 2001, secondo i pm antimafia di Reggio Calabria, non è affatto un personaggio di secondo piano. Al contrario, affermano in una integrazione alla richiesta di ordinanza di custodia cautelare, l'imprenditore sarebbe «diventato nel corso degli anni la stabile interfaccia della 'ndrangheta, nel processo di espansione dell'organizzazione criminale a favore di ambiti decisionali di altissimo livello»: il perno di una rete di relazioni di cui farebbero parte personaggi rimasti ancora nell'ombra, i componenti di un'«associazione segreta» vicina alle cosche che ha operato per proteggere Matacena. È questo il quadro in cui si sarebbe inserito l'ex ministro Scajola, scelto da Matacena, secondo l'accusa, come interlocutore politico per assicurasi «una sorta di continuità» in favore dei clan dopo la condanna. Una ipotesi, questa, respinta dal gip. «Ho bisogno di sapere se mi rispettano, o è guerra aperta». dice Scajola alla moglie in una telefonata intercettata il 2 aprile scorso: una reazione «scomposta» che, secondo la Direzione investigativa Antimafia di Reggio Calabria, dimostra che l'interesse dell'ex ministro per la candidatura alle europee non ha solo ragioni politiche. L'ex maggiorente azzurro, finito a Regina Coeli con l'accusa di aver favorito la latitanza di Matacena, racconta alla moglie l'incontro con Confalonieri e Letta: «Li ha minacciati che se non si risolve il problema fa scoppiare un casino indimenticabile» annotano gli inquirenti. «Scajola non è nel nostro partito da anni, è in carcere perché ha aiutato un amico latitante in difficoltà - commenta Berlusconi -, si sta esagerando: alla fine dei processi la metà delle persone messe in carcere sono innocenti». A chiarire i legami tra Matacena e Scajola potrebbero essere anche le carte sequestrate all'ex ministro: «Sono decine di faldoni, una documentazione ancora tutta da esaminare» dice il procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, che domani potrebbe arrivare a Roma per l'interrogatorio dell'ex ministro da parte dei magistrati della Dda reggina. (m.r.t.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA