Finale Uefa, un regista pavese per la diretta tv
PAVIA E' affidata ad un pavese la regia della finale di Uefa Europa League Benfica–Siviglia, che si terrà mercoledì allo Juventus Stadium di Torino. Lui si chiama Riccardo Poma, è nato a Pavia 42 anni fa e grazie a questa super produzione Mediaset sarà il più giovane regista italiano chiamato alla direzione di una finale europea. Trentasette telecamere ad alta tecnologia, un team di sessanta persone, 65 mezzi regia (tra broadcast italiani e stranieri) e duecento Paesi del mondo collegati contemporaneamente: sono i numeri che Poma dovrà gestire in occasione di questo evento che è eccezionale sotto diversi punti di vista: dal 2009 che l'Italia non ospita una finale europea (l'ultima finale "italiana" di Uefa Europa League, risale al 1997, con il ritorno di Coppa Uefa Inter-Schalke 04) ed è la prima volta che ad ospitarla è lo Juventus Stadium di Torino, il più moderno e tecnologicamente avanzato tra gli impianti italiani. «Non vediamo l'ora di cominciare – spiega Poma, una laurea in Storia e critica del cinema all'Università di Pavia e una formazione da regista "classico", prima alla direzione di cortometraggi, spot e documentari, fino all'approdo a Mediaset, di cui ora è il nome di punta per gli incontri di Serie A, Europa League e Champions League – Ci stiamo preparando da mesi per dare allo spettatore il miglior punto di vista e il miglior racconto possibile. C'è una bel clima positivo ed entusiasta». Qual è il miglior punto di vista per lo spettatore? «Per me è fondamentale far sì che lo spettatore, da casa, veda tutto quello che succede meglio dello spettatore allo stadio e che sia potenzialmente più presente anche a livello emozionale. Il concetto è che non si deve perdere niente dell'evento, né dal punto di vista sportivo, né dal punto di vista umano, e la tecnologia che abbiamo a disposizione, sia mediante il "live", che mediante il "replay", ce lo permette. Io avrò due telecamere puntate solo sul pubblico». La sua è una regia di scuola europea, quali le linee guida? «Oltre all'attenzione allo stato emozionale, i punti fermi sono: sempre in diretta quando la palla è in gioco, un utilizzo dei replay mai eccessivo ma solo per chiarire l'azione, grande attenzione al gesto sportivo e alla qualità tecnica delle riprese. Il linguaggio e il gioco del calcio sono in continua evoluzione e lo stile di ripresa cambia di conseguenza». In che modo? «Oggi il gioco è molto più veloce di una volta, le regole fanno perdere meno tempo e il racconto va dato cambiando i tempi. Prima il calcio si descriveva solo in maniera tattica, oggi oltre a questo c'è la componente spettacolare, con l'uso di regole cinematografiche. Insomma, la partita di calcio come un vero e proprio racconto. Sì, il racconto è ciò che deve prevalere e il filo conduttore è la palla in gioco. Ma per non perdere mai la palla basterebbero cinque telecamere, io, invece, ne avrò 32+5 (32 a disposizione del segnale internazionale che tutto il mondo riceve e 5 a integrazione nazionale messe a disposizione da Mediaset, che fanno un duplice lavoro)». Quali le differenze rispetto ad una partita normale? «Lo standard italiano di una partita va dalle 9 alle 15 telecamere, meno della metà. E' chiaro che la partita non cambia, ma la sua percezione sì». Che sfida è, per un regista, far vivere a un pubblico mondiale le emozione di una finale come se fosse allo stadio? «E' una sfida adrenalinica oltre che un'occasione che non capita a tutti. Sono anni che in Italia Mediaset non produce una finale così e per uno che fa regia di calcio in Italia, come me, questa è la massima espressione del suo lavoro». (m.pizz.)