Ucciso nel rogo a Bereguardo: ergastolo
di Maria Fiore wBEREGUARDO Ergastolo. È la sentenza pronunciata ieri dalla Corte di assise di Pavia per Pasquale Palumbo, 50 anni, di Brescia, considerato uno dei responsabili dell'omicidio avvenuto, nel 2003, alla Zelata di Bereguardo. Vittima dell'assassinio Gioacchino Lombardo, 51 anni, di Brescia, morto nel rogo di un'auto data alle fiamme. La sentenza di carcere a vita arriva a distanza di nove anni dal delitto e segue altre tre condanne per 76 anni di carcere complessivi, che erano stati inflitti in abbreviato per Vincenzo Lombardo, figlio della vittima (16 anni di carcere), e per Claudio e Giovanni Palumbo, 41 e 42 anni, di Brescia (30 anni di carcere per entrambi). Erano stati tutti arresti solo nel 2012, su richiesta della procura di Pavia. Ieri si è concluso il processo anche per Pasquale Palumbo, fratello di Claudio e Giovanni, l'unico a scegliere il rito ordinario nella speranza di riuscire a convincere i giudici di essere estraneo all'omicidio. E invece la Corte di assise presieduta da Cesare Beretta, con il giudice a latere Luigi Riganti, ha accolto la richiesta del pubblico ministero di Pavia Roberto Valli. Che nella sua requisitoria, ha chiesto che fossero negate le generiche, «per l'efferatezza del delitto e perché l'imputato non ha dato alcun segno di pentimento, anzi ostacolando la ricostruzione della verità processuale». Secondo l'accusa, Pasquale Palumbo avrebbe avuto un ruolo chiave nell'omicidio di Lombardo, ucciso a causa di una donna contesa tra la vittima e il figlio del 51enne. L'imputato avrebbe partecipato a tutte le fasi del delitto. Lombardo, infatti, era stato prima pestato a sangue a casa del figlio Vincenzo al Villaggio Prealpino di Brescia e poi caricato in auto fino a Bereguardo, dove l'auto fu data alle fiamme. Per tutti gli imputati c'era già stata una sentenza di primo grado, al termine del processo che si era svolto a Brescia, ma per le accuse di omicidio tentato, omicidio colposo e rogo doloso. Una condanna azzerata, dopo che la Corte di appello aveva accolto la richiesta di valutare gli episodi contestati come omicidio volontario. La vittima, infatti, morì proprio nel rogo della macchina a Bereguardo (per questo il processo si svolge a Pavia) e non – come si era ipotizzato in un primo momento – per le percosse riportate durante l'aggressione.