Quella ruggine tra la rockstar e il sindaco
C'è rock e rock, così come c'è politica e politica. E poi ci sono le amicizie mai decollate. Come quella tra Piero Pelù e Matteo Renzi, entrambi fiorentini. La "querelle" sugli 80 euro che dopo il palco del Concertone del Primo Maggio ha incendiato il web, ha infatti diversi precedenti. E anche in quelle occasioni è riemerso il sospetto, oggi sdegnosamente respinto al mittente dal fondatore dei "Litfiba", che tutto fosse riconducibile al cambio di guardia alla direzione artistica dell'Estate Fiorentina. Pelù, tuttavia, lasciò l'incarico dopo averlo ricoperto nel 2007, cioè circa due anni prima dell'arrivo di Renzi a Palazzo Vecchio, quando sindaco era Leonardo Domenici. E se tra il rocker e il rottamatore all'inizio c'è stata simpatia, con il primo che salutava positivamente l'arrivo sulla scena politica del secondo, le critiche non hanno tardato a manifestarsi lasciando qualcosa di più di una traccia. Così, nel bel mezzo di una polemica, poi rientrata, suscitata da una frase attribuita nel 2012 a all' ad della Fiat Sergio Marchionne su Firenze, Pelù non esitò a definire entrambi, l'ad Fiat ed il sindaco, «due pinocchi». Aggiungendo per Renzi gli aggettivi di «parolaio, sprecone e piacione». Dose rincarata un anno dopo («berluschino»), denunciando quella che Pelù definì le «mancanze amministrative» del sindaco, accusato di «rottamare vecchie lobby per metterne di nuove». Anche allora, come oggi, il musicista sottolineò che non gli interessava salire «sul carro del prossimo presidente del Consiglio». Renzi non rispose direttamente ma fu uno dei suoi assessori di allora, Filippo Bonaccorsi, a prospettare che quella di Piero era una «battaglia personale» contro Matteo Renzi.