Stasi, il caso si riapre con 4 nuove perizie
dall'inviato Lorella Gualco wMILANO Ore 14.12: dal garage di casa Stasi esce un furgone bianco. Al volante l'avvocato Giuseppe Colli, a bordo, coperta da teli di plastica, c'è la bici nera. Bianco e nero in un processo dove finora molto è rimasto nella zona grigia dell'incertezza. Ma l'acquisizione della bici (consegnata spontaneamente dalla famiglia Stasi anticipando il sequestro comunque disposto dai giudici), 7 anni dopo l'omicidio della 26enne Chiara Poggi, è la diretta e immediata conseguenza della decisione che la Corte d'assise d'appello di Milano aveva preso poche ore prima, riaprendo il caso del delitto di Garlasco. I giudici hanno ordinato 4 nuovi accertamenti accogliendo le richieste del sostituto procuratore generale, Laura Barbaini, e dell'avvocato della famiglia Poggi, Gianluigi Tizzoni. Il processo d'appello bis ad Alberto Stasi,30 anni, accusato di aver ucciso la fidanzata Chiara il 13 agosto 2007 e due volte assolto, è ora aggrappato alle conclusioni dei periti (riceveranno l'incarico nell'udienza del 14 maggio) sui punti fondamentali che la Corte ha ordinato di approfondire: la bici nera, la ricostruzione della camminata di Alberto Stasi a villa Poggi, dove ha scoperto il corpo senza vita della fidanzata, estesa anche ai due primi gradini della scala verso la cantina, poi un esame scientificamente più dettagliato del Dna del capello trovato nella mano sinistra della vittima e l'esame del materiale sotto le unghie di Chiara. Respinta invece la richiesta dell'accusa di perizia informatica sul computer di Stasi e l'istanza della difesa di acquisire le immagini satellitari di Garlasco il giorno del delitto. Ma su quest'ultimo punto la parti potranno «ricercare altri elementi di prova da sottoporre». La Corte ha letto l'ordinanza poco prima delle 9.30 di ieri, al termine di un'udienza lampo. Poche ore dopo i carabinieri di Vigevano, con l'intervento del capitano Rocco Papaleo, hanno posto sotto sequestro la bici nera in uso alla famiglia Stasi. Il furgone avrebbe poi varcato il cancello della caserma di Vigevano dove la bici resterà per essere messa a disposizione dell'autorità giudiziaria. La bicicletta dovrà, infatti, essere mostrata a Franca Bermani e Manuela Travain, che all'epoca abitavano vicino ai Poggi. Le due donne dovranno dire se la bici corrisponde a quella che dicono di avere visto appoggiata al muro di villa Poggi la mattina del delitto. Per i giudici sono invece impossibili «altri approfondimenti scientifici sulla bicicletta, visto il tempo trascorso e l'impossibilità di conoscere le modalità di conservazione della medesima». La bici sequestrata nel garage di casa Stasi sarebbe stata sottoposta già ieri a rilievi fotografici in garage alla presenza della madre di Alberto, Elisabetta, che aveva la disponibilità della bicicletta. E' la bici che, il giorno dopo il delitto, era nel magazzino della ditta di autoricambi della famiglia Stasi. Fu il padre di Alberto, Nicola , morto il giorno di Natale dello scorso anno, ad indicare ai carabinieri la bicicletta. Nella precedente udienza l'accusa ha adombrato che il padre di Alberto potesse aver spostato la bici da casa al magazzino per sostenere la versione del figlio. Ma l'allora comandante della stazione carabinieri, il maresciallo Francesco Marchetto, esaminò la bici e disse che non corrispondeva a quella descritta dalle vicine. Da allora la bici nera da donna rimase ai margini delle indagini e dei precedenti tre processi, ora torna al centro dell'attenzione.