Quando Wojtyla incontrò gli anziani al S. Margherita
Una raccolta delle foto più significative della visita del Papa al Santa Margherita scattate dal personale dell'ospedale il 3 novembre del 1984. Sono esposte all'ingresso dell'istituto di via Emilia. «Una piccola mostra per ricordare la presenza del pontefice tra i nostri malati a cui seppe infondere speranza con la sua benedizione» spiega il presidente dell'Asp Sergio Contrini che ricorda quel giorno di 30 anni fa. Scatti dell'ingresso del Papa in ospedale, del bagno di folla, delle mani protese verso di lui e dei volti commossi dei pazienti, alcuni in lacrime, per l'intensità di quell'incontro. Volti di persone che ricordano e di ltre che non ci sono più. di Maria Grazia Piccaluga wPAVIA Era scesa la nebbia il 3 novembre del 1984. L'elicottero non si era potuto alzare per portare Giovanni Paolo II sulle rive del Ticino. E il pontefice era arrivato in auto, in una Pavia infreddolita ma ansiosa di incontrarlo. L'Università, piazza della Vittoria con l'altare per la messa, uno strappo alla tabella di marcia per benedire gli operai della Necchi schierati sulla via, poi il collegio Borromeo che celebrava i 400 anni della morte di San Carlo. Ma si era fatto tardi. E il cerimoniere del Vaticano scalpitava perché il corteo papale lasciasse Pavia per raggiungere prima che facesse buio il Sacro Monte di Varallo, in provincia di Novara. Non c'era più tempo per entrare al vecchio Santa Margherita, bardato a festa e in fibrillazione dalla sera precedente. Ma il Papa, ancora nel vigore degli anni, ignorò le raccomandazioni e attraversò la piazza. Dal Borromeo all'ospedale per dare la sua benedizione ai quasi 300 pazienti anziani ricoverati. Quella giornata e le parole del pontefice ai malati sono ora ricordati nelle immaginette distribuite ai degenti e nella piccola mostra allestita nella nuova sede del Santa Margherita, in via Emilia. Domani è il giorno solenne, il giorno della canonizzazione dei due Papi. Wojtyla e Roncalli. «Noi seguiremo la messa qui in ospedale» dice Giuseppina. La signora Èlia se lo ricorda Wojtyla a Pavia, in piedi sulla papa-mobile ferma davanti alla Necchi. «C'è una sua grande foto nella cappella» spiegano i malati. «Nel corridoio è stata incastonata la lapide che ricorda l'evento, staccata dal muro della vecchia sede dopo la dismissione dell'edificio» spiega il presidente Asp Sergio Contrini . «Quel pomeriggio era tutto pronto nel vecchio Santa Margherita – ricorda Lorenza Bergamaschi, oggi responsabile dell'Hospice e all'epoca giovane medico – Ma il segretario decise di tagliare la scaletta delle tappe. Allora optai per il blitz». In camice bianco la giovane dottoressa attraverso la piazza, nonostante il cordone di vigilanza delle Guardie vaticane, e arrivò fin sotto il palco al Borromeo. «Ho tirato la veste di monsignor Stanislao – ricorda Bergamaschi –. Gli sussurrai: "Deve dire a sua Santità che di fronte c'è un ospedale per anziani. Lo aspettano". E il mio appello fu ascoltato. Il Papa non salì sull'auto che l'aspettava e tirò dritto verso di noi». «Voi costituite in questa città una parte molto importante perché con la vostra sofferenza siete vicini a Cristo». La voce di Wojtyla, che aveva stretto mani e salutato i malati emozionati, era giunta tramite il vecchio altoparlante anche nelle camere di chi non poteva alzarsi dal letto. Uscendo aveva incontrato un medico, ora scomparso, Armando Piscitello e sua moglie polacca che era riuscita a scambiare due parole con il pontefice. «Quel giorno il Papa mise una mano sulla testa di mia mamma Franca – dice Bergamaschi – . Lei stava bene, o così credeva. Invece a gennaio scoprì di avere un tumore. Noi siamo convinti che sia stato il Papa a metterci il dubbio, perché in realtà non aveva sintomi. Fu operata e morì solo 28 anni dopo. Lo consideriamo il nostro personale miracolo».