«Così i due santi riscrissero la storia»

di Fiammetta Cupellaro wROMA «L'elezione di Giovanni XXIII, un papa così anziano, lasciò me ed altri giovani docenti molto stupiti per la scelta. Come ci si può sbagliare! Quando ho sentito il suo primo discorso, ho subito pensato "Un nuovo mondo inizia con quest'uomo"». Ha compiuto 92 anni proprio ieri, il cardinale Georges Cottier, domenicano nato a Ginevra e Teologo Emerito della Casa Pontificia. È stato Segretario generale della Commissione teologica internazionale fino al 2003, braccio destro dell'allora cardinale Joseph Ratzinger. Per quasi 14 anni era lui a rivedere nella stesura definitiva i testi pronunciati e firmati da Giovanni Paolo II. Il suo appartamento in Vaticano, pieno di libri e di ricordi, è a poche decine di metri da Santa Marta la casa di Francesco, quella di Benedetto XVI poco oltre. Non solo teologo, ma testimone diretto di eventi epocali, tra cui il Concilio Vaticano II voluto da Giovanni XXIII, che all'inizio degli anni Sessanta cambiò la vita della Chiesa. Per il giovane Cottier, che partecipava ai lavori come esperto privato di un vescovo francese «si respirava finalmente un clima di libertà». Che ricordo ha di Giovanni XXIII e del clima che seppe creare nella preparazione del Concilio? «All'inizio era una sorta di cantiere aperto sulla teologia. C'era molta attesa, ma non si sapeva quali sarebbero state le priorità. Tra noi giovani esperti c'era anche molta perplessità. Poi arrivò il discorso di introduzione di Papa Roncalli e tutto improvvisamente divenne chiaro. Giovanni XXIII disse quale fosse la missione della Chiesa, parlò di pace, di giustizia, di dialogo. Per la prima volta. Di lui colpiva l'immediatezza, la semplicità. Era un grande comunicatore. Grazie a lui e alla sua intuizione del Concilio, la mentalità di molti cristiani è cambiata in profondità. Un messaggio ripreso oggi da papa Francesco». Poi Giovanni Paolo II l'ha creata cardinale e domani il Papa con cui lei ha lavorato verrà proclamato Santo, con una procedura tra le più rapide della storia. «Perché Wojtyla è già santo. Lo conobbi quando il cardinale Ratzinger, all'inizio degli anni Novanta, mi chiamò a Roma, da Ginevra. Era instancabile e aveva grandi doti politiche. Quando, dopo la sua elezione pronunciò la famosa frase "Non abbiate paura", si rivolgeva sia ai Paesi occupati dal Comunismo, ma anche all'Occidente per esortarlo al coraggio. Capì che bisognava risvegliare anche la Chiesa. Quelle parole, in un certo senso, hanno cambiato la storia». Lei è stato teologo di papa Wojtyla. Qual era il suo intervento? «Dovevo vagliare i testi che venivano scritti per il Papa dai suoi diversi collaboratori. Nell'ultima lettura bisognava verificare l'uniformità del linguaggio, la legittimità teologica e che non contenessero spunti di discussione non voluti dal Papa che, anche involontariamente, chi aveva scritto il testo poteva aver inserito. Solo a quel punto veniva consegnato a Giovanni Paolo II». C'è stata qualche occasione in cui il Papa, senza avvertirvi, ha lasciato da parte i discorsi scritti da voi, lasciandovi di stucco? «È avvenuto spesso. Ad esempio quando ad Agrigento pronunciò il famoso appello ai mafiosi: "Convertitevi!" Quel passaggio non c'era da nessuna parte. Siamo rimasti colpiti, noi avevamo preparato un discorso che parlava del Sud e dei suoi problemi. Lui scardinò tutto con una sola parola. Forte. Era giusto così. Wojtyla esprimeva quello che sentiva con coraggio. I santi hanno coraggio». Come è stato lavorare con Wojtyla? «Giovanni Paolo II era un uomo di speranza e la infondeva in ogni suo atto. E poi amava la vita, i giovani. Mi ricordo con grande felicità la preparazione di alcune encicliche. Il nostro gruppo di lavoro a volte aveva bisogno di confrontarsi con il Santo Padre per verificare se stavamo rispettando il suo pensiero. Spesso ci siamo seduti a tavola con il Papa e lì nascevano discussioni in un clima di grande libertà intellettuale, ma anche di affetto. Gli piaceva fare battute». Ci sono stati momenti in cui i gesti di Giovanni Paolo II non sono stati capiti? «Quando nel 2000 ebbe l'idea di chiedere perdono per le colpe dei cristiani del passato, suscitò perplessità. Diversi cardinali erano dubbiosi. In realtà, si rivelò una grande intuizione fatta nello spirito del Vangelo, per la pace. E poi Wojtyla aveva un alto senso della Verità. Anche il primo incontro interreligioso ad Assisi, un evento straordinario, venne criticato. Quella visione di pregare tutti insieme tra cristiani all'inizio non venne capita. Poi la storia ci ha insegnato quanto fondamentale sia il dialogo, guardare alla ricchezza comune di ogni religione. Il suo approccio si fondava sui valori comuni a tutti gli uomini. Prima tra tutti la pace. Anche per questo è Santo» ©RIPRODUZIONE RISERVATA