Cesare Lombroso e quel cranio conteso che passò da Pavia
Un volume di 900 pagine (100 di introduzioni dei curatori alle tre sezioni) edito nel 2000 da Bollati Boringhieri raccoglie gli scritti scelti di Cesare Lombroso con il titolo "Delitto, genio, follia", a cura di Delia Frigessi, Ferruccio Giacanelli e Luisa Mangoni. Vi sono citati i legami fra Lombroso, discusso uomo di scienza della seconda metà dell'Ottocento, e l'Università di Pavia: fu iniziatore degli studi e dei rimedi contro la pellagra (Lombroso ricorda trattamenti attuati con successo in territorio pavese su un Maggi di Costa de' Nobili e su un Rovati di Verrua Po); studioso delle malattie mentali; fondatore dell'antropologia criminale. Gli scritti dello scienziato sollevarono obiezioni dato che Lombroso e seguaci (detti "medici della stadera") facevano coincidere antropologia e antropometria, che è lo studio delle misure dei tratti somatici e in particolare del cranio. La Frigessi riporta una notizia per la quale sia Lombroso sia Pavia sono stati evocati di recente dai maggiori quotidiani: "Nel dicembre 1870 l'analisi del cranio di un contadino calabrese gli fa scoprire un'anomalia anatomica; una fossetta cerebellare [del cervelletto] mediana al posto di una cresta. […]. Lombroso fa risalire al ritrovamento di questa anomalia l'atto di nascita dell'antropologia criminale". Quel cranio speciale secondo Lombroso qualificava come "delinquente per nascita" Giuseppe Villella, originario di Motta Santa Lucia in provincia di Catanzaro e morto in carcere a Pavia (qualche giornale dice, invece, Vigevano). Negli ultimi mesi il cranio di Villella è al centro di una contesa dialettica e giudiziaria fra il Comune di Motta e il Museo di antropologia criminale "Cesare Lombroso" di Torino: il primo pretende la restituzione del cranio del "brigante" (visto come oppositore della violenza "coloniale") per seppellirlo e quindi per "farla pagare" simbolicamente al "razzista antimeridionale Lombroso"; il secondo vuole conservare uno dei reperti più preziosi della propria collezione scientifica (sul cranio ci sono gli appunti a matita di Lombroso), inalienabile perché di proprietà dello Stato. Nella bagarre è stata messa alla gogna, dal Comune di Motta, Maria Teresa Milicia, docente di Antropologia culturale a Padova, che alla fine del 2012 ha pubblicato uno studio per dimostrare che Villella, fatto "rinascere come simbolo della "riscossa dei terroni"" dai compaesani, non fu un mitico difensore dei diritti delle masse meridionali, ma un ladro, tre o quattro volte recidivo. La Milicia è partita dalle "scarne e contraddittorie notizie che ci ha lasciato Lombroso" ma poi è andata in Calabria e a Motta Santa Lucia per verificare i dati biografici di Villella, ritrovando in un polveroso magazzino a Motta, il 26 agosto 2012, anche la trascrizione dell'atto di morte nell'Ospedale civile di Pavia e scoprendo che ha data 15 novembre 1864 e non 16 agosto, come riportato dal verbale dell'autopsia. Sulla base delle acquisizioni documentarie la Milicia ha potuto scrivere il volume "Lombroso e il brigante" (Salerno editrice), il cui sottotitolo "Storia di un cranio conteso" diventa chiaro alla luce di quanto ho sintetizzato. Nella speranza che alla Milicia sia consentito presentare il suo libro a Motta, ecco le considerazioni, condivisibili anche a Pavia, del direttore del museo "Lombroso", Silvano Montaldo: "Il punto non è quanto di ciò che Lombroso ha scritto sia vero oggi (molto poco), ma quanto le sue teorie abbiano influito sulla cultura italiana e internazionale della sua epoca (molto). Molte delle sue idee sono state smentite, ma non per questo tutto ciò che lo riguarda è insignificante e andrebbe distrutto. Dobbiamo forse buttare via anche i resti di civiltà antiche, poiché il loro sistema di vita è stato superato dal nostro?".