Quel Libano felix non c'è più
di ALBERTO STABILE Dicono che quando gli agenti della Sûreté Générale libanaise hanno bussato alla porta della sua stanza, al terzo piano del Phoenicia, l'albergo delle delegazioni ufficiali e degli ospiti illustri della città, a pochi passi dal nuovo porticciolo turistico di Zaituna Bay, Marcello Dell'Ultri si sia limitato a pronunciare uno striminzito "oui" prima di chiudersi nel più assoluto mutismo. In quel momento forse ha molto sicilianamente capito che meno parole avrebbe dette meglio per lui sarebbe stato, dato che il tentativo di farsi passare per un viaggiatore qualsiasi, attratto dalla vivacità culturale della capitale libanese e rassicurato dal suo efficiente sistema sanitario, come si evincerebbe dalle intercettazioni, era miseramente fallito. E che, uno che vive a Milano va a curarsi a Beirut i postumi di un intervento di angioplastica? Comunque, a Beirut è stato rintracciato e adesso, gioco forza, il suo nome viene inserito tra altri precedenti famosi di notabili italiani sfuggiti alle maglie della giustizia, avendo trovato nella capitale libanese quell'accoglienza che apparentemente non distingue, quella possibilità di mimetizzarsi stando al tempo stesso alla luce del sole, quella possibilità di aggiustare tutto a suon di danaro che facevano parte del mito di questa città. Una città governata dagli opposti, sempre sull'orlo tra pace e guerra, tra rigore e lassismo, tra illegalità e anarchia, tra intransigenza e tolleranza. E per questo, in qualche modo, una città "aperta", un territorio di conquista. Questa, di sicuro, era la Beirut felix in cui nel 1969 ha trovato rifugio l'imprenditore e bancarottiere Felice Riva. Dopo essere fuggito dall'Italia scendendo con gli sci per il versante francese del Cervino, anche lui decise di imbarcarsi su un aereo che da Parigi lo avrebbe portato in Libano. Dove non tardò a diventare una stella della dolce vita libanese, ospite fisso del Quo Vadis, allora l'unico, e rimasto per anni insuperabile, ristorante italiano e del bar del Saint George, l'albergo sul mare, dove ogni sera si dava appuntamento la più varia umanità di passaggio a Beirut, spie, giornalisti, scrittori, miliardari inquieti in giro per il mondo, tutti elettrizzati da quell'esistenza precaria sulla frontiera del mitico Levante. Un paio d'anni dopo, Riva venne per così dire raggiunto da un altro italiano illustre il cui nome aveva fatto titoli nelle pagine della cronaca nera, quel Graziano Verzotto, ex braccio destro di Enrico Mattei e presidente dell'Ente Minerario Siciliano, il cui nome era stato accostato al sequestro di Mauro de Mauro, lui sempre negando ogni coinvolgimento, e ad altre pagine di quel romanzo nero noto come "La Sicilia dei Misteri". Ma già a quel tempo, i primi anni '70, Beirut consumava i suoi ultimi fuochi. Nel 1975 sarebbe scoppiata la guerra civile che fino al 1990 avrebbe spinto la ricca società libanese a rintanarsi nei castelli, o nei rifugi o a cercare salvezza altrove. Tuttavia, alcune cose sono sopravvissute. Il Casinò du Liban, per esempio, o l'Ippodromo, hanno continuato a funzionare anche quando per le strade si raccoglievano i cadaveri. Ma tutto sommato ben poco è rimasto di quella Beirut che forse ha nutrito la fantasia del giovane Dell'Utri, tranne, forse, la sua atmosfera avventurosa, la sua anima perennemente in bilico, il suo essere crocevia. E proprio il Phoenicia, in un certo senso, sovrasta e domina il cambiamento epocale che nel frattempo è intervenuto nel tessuto profondo della città. Da un lato, lo sguardo spazia sul nuovo "centre de ville" resuscitato dalle macerie della guerra, dall'altro si chiude sulle bruttezze dei vecchi quartieri sovraffollati e fatiscenti. Forse Dell'Utri non ha considerato che quella Beirut accogliente e protettiva con i suoi ospiti in difficoltà non esiste più. ©RIPRODUZIONE RISERVATA