«Giustizia per Chiara, c'è più fiducia»
di Lorella Gualco wGARLASCO Sull'attaccapanni è rimasto un paio di jeans. Sui jeans un biglietto: «Accorciare di 10 centimetri». Sono appesi da sei anni, sette mesi, 24 giorni. Dal 13 agosto 2007, quando un assassino ancora senza nome ha rubato la vita e le speranze dei suoi 26 anni a Chiara Poggi. Ma nella stanza rimasta inchiodata all'eterno presente di quel giorno, come le lancette di un orologio bloccate sull'attimo della deflagrazione, ci sono altri biglietti e altre parole a ricordare che la tragedia è entrata in quella casa e ha cambiato tutto per sempre. Sono le lettere, le preghiere, i pupazzetti, i messaggi con i cuoricini disegnati lasciati sulla tomba di Chiara a Pieve Albignola. «Ne ho trovati tanti e tanti ne trovo ancora. Li porto tutti qui. Leggo nomi di tanti sconosciuti che pregano per Chiara, perchè era una ragazza normale, come tante, e proprio per questo tante persone riescono a comprendere il nostro dolore». Lo sguardo e il pensiero di mamma Rita si fermano sui peluche sul letto e sparsi sugli scaffali, sulle foto con gli amici, sui romanzi che Chiara divorava e scambiava con la madre, le riviste di moda. «Era appassionata di moda, sfogliava le riviste. Del resto, a 26 anni non si può non pensare a queste cose». Tutto immutato nella camera al piano superiore della villetta di via Pascoli 8, tutto come allora, per non dimenticare e continuare a sperare. Mercoledì, a Milano, ricomincerà il processo d'appello al fidanzato di Chiara, Alberto Stasi, 30 anni, due volte assolto e ora di nuovo imputato, dopo che la Cassazione ha annullato la sentenza. Rita Poggi sarà in aula, come sempre, con il marito Giuseppe. Per i genitori di Chiara e per il fratello Marco torna la pena di dover ricordare, ma anche la fiducia di conoscere la verità. Mamma Poggi non ha mai smesso di crederlo. Da sette anni chiedete giustizia, qualcosa ora vi fa sperare che la verità sia più vicina? «Finalmente si ricomincia e speriamo. Vogliamo la verità, solo questo. Ci fa sperare che la Corte di Cassazione abbia deciso che tutti gli indizi debbano essere considerati in modo unitario, non separati. Se si procederà alla valutazione in modo più completo, credo che tutto sarà più chiaro. Mi piace dire che è come in un puzzle: la singola tessera non significa niente, ma insieme alle altre compone un quadro». Quali elementi hanno incrinato la vostra iniziale fiducia nell'innocenza di Alberto? «E' stata una cosa progressiva, mano a mano che emergevano particolari dall'indagine. Alberto è stato arrestato e poi rilasciato, ma è l'insieme della vicenda che ci ha portati a cambiare la nostra convinzione». Se Alberto fosse stato assolto definitivamente nel precedente giudizio in Cassazione o se lo sarà anche al termine di questa fase processuale, sareste disposti ad un riavvicinamento? «Non è ancora il momento per pensare a queste cose. E' prematuro. Adesso vogliamo pensare solo al processo». Chiara ed Alberto erano fidanzati da quattro anni. Che opinione avevate allora del ragazzo che vostra figlia amava? «Chiara e Alberto vivevano con molta discrezione il loro rapporto. Lui non frequentava molto la nostra casa. Ricordo che si fermava solo qualche minuto da noi, quando lui la veniva a prendere a casa e lei non era ancora pronta. In quei momenti scambiavamo qualche parola , ma niente di più. Li vedevo contenti, sereni e questo mi bastava». Chiara non le ha mai parlato di eventuali problemi tra loro? «No, mai. Ma Chiara era molto autonoma e indipendente, specie nella sua sfera personale. Con il carattere che aveva, so che, se anche ci fosse stato qualche problema, lo avrebbe affrontato da sola. Era e voleva essere adulta nelle sue scelte». Nella sua stanza è rimasto tutto come era allora. In questa stanza c'è il mondo di una giovane donna di 26 anni. «Ho lasciato tutto com'era perchè Chiara è ancora qui con noi e lo sento particolarmente quando sono in questa stanza. Ci sono i pantaloni che voleva portare dalla sarta, ma senza urgenza. Mi aveva detto: "Mamma, non c'è fretta. Li portiamo quando tornate dalle vacanze (Chiara era rimasta a Garlasco, mentre i familiari erano partiti per il Trentino, ndr). Non c'è invece il certificato di laurea appeso al muro. E' rimasto nel tubo rosso, Chiara aveva voluto così». Laureata a pieni voti, già impegnata in uno stage . Quali erano le aspirazioni di Chiara? «Le piaceva il suo impiego, anche se stava muovendo i primi passi nel mondo del lavoro e aspirava a un posto più sicuro e più consono ai suoi studi. Voleva fare la manager e le dicevo: "Calma, ne hai di strada da fare". Era ambiziosa, ma anche molto umile. Sapeva adattarsi e sapeva che la strada sarebbe stata ancora lunga. Purtroppo non gliel'hanno lasciata percorrere». Lei ha avuto parole commosse anche nei riguardi dei genitori di Yara Gambirasio. Avete mai incontrato genitori che hanno vissuto la vostra tragedia? «Non genitori di ragazze vittime di omicidi, ma genitori di ragazzi morti per malattia. Quando ci incontriamo non abbiamo bisogno di parole per capirci. E così sarebbe con i genitori di Yara. Sappiamo che ci lega la richiesta di giustizia per le nostre figlie e per tutte le ragazze uccise».