Ucraina, segnali di disgelo Lavrov e Kerry a Parigi

ROMA Primi segnali di una possibile uscita nella crisi ucraina: all'indomani della telefonata distensiva di Putin a Obama, il capo della diplomazia russa Serghiei Lavrov non solo assicura che Mosca «non ha assolutamente intenzione e interesse a varcare i confini ucraini», ma annuncia anche che dal suo ultimo incontro con il segretario di Stato Usa John Kerry all'Aja e dai suoi contatti con Germania, Francia e altri Paesi «si delinea la possibilità di un'iniziativa comune che potrebbe essere proposta all'Ucraina». «I nostri approcci si stanno avvicinando», ha spiegato in un'intervista al primo canale statale russo. E non si tratta, ha precisato, del «formato inaccettabile» del gruppo di contatto proposto da Usa-Ue per un negoziato tra Mosca e Kiev sotto la supervisione occidentale. Lavrov non è entrato nel merito di un piano che dovrà discutere innanzitutto con Kerry, al quale ha già telefonato dopo che i due rispettivi presidenti li hanno incaricati di incontrarsi rapidamente per proseguire le trattative. Lo faranno già oggi a Parigi: Kerry ha cambiato programma dirigendosi verso la capitale francese anzichè tornare a Washington dopo il viaggio con Obama a Riad. Ma il ministro degli Esteri russo ha già lasciato intendere quali sono le richieste russe, a garanzia di quegli «interessi nazionali» che hanno spinto Putin ad annettersi la Crimea: una riforma della costituzione che trasformi l'Ucraina «senza ambiguità» in un Paese «non allineato» (evitandone così l'ingresso nella Nato) e «federato» (per dare più poteri alle regioni russofone del sud-est). E, stando a Lavrov, «federazione non è più una parola tabù nei nostri negoziati». Solo una nuova carta costituzionale può rassicurare Mosca, non promesse o intenzioni. Ma anche Obama vuole una «risposta scritta» alle proposte americane e il ritiro delle truppe russe al confine. A frenare un po' gli entusiasmi ci ha pensato ieri sera il vice di Lavrov, Sergei Ryabkov. Usa e Russia negoziano, ma ancora non c'è approccio condiviso alla situazione, tantomeno «un piano unico». E il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, crede che a Putin non basti la Crimea: «Temo che non si abbia a che fare con un pensiero razionale, ma piuttosto con le emozioni. Stiamo valutando piani operativi, manovre militari e rafforzamenti adeguati di truppe. Trasferiremo più aerei nei paesi baltici», ha detto. I segnali di disgelo però ci sono. Con Obama Putin ha messo sul tavolo pure «lo stato di assedio di fatto della Transnistria», l'isolata regione separatista russofona della Moldova, ex repubblica sovietica in corso di avvicinamento alla Ue, e ha proposto negoziati nel formato "5+2": Moldova, Transnistria, Osce, Russia, Ucraina con Usa e Ue come osservatori.