«A Pavia il malaffare è tra chi amministra»
Il processo d'appello in corso a Milano riguarda 41 imputati, molti dei quali ancora detenuti o ai domiciliari dopo gli arresti di luglio e ottobre del 2010. A differenza di altri 110 imputati, che avevano scelto il rito abbreviato, questi 41 avevano preferito il dibattimento, confidando di riuscire a dimostrare la propria innocenza. In primo grado, però, erano stati quasi tutti condannati: il collegio dei giudici aveva inflitto, in tutto, 430 anni di carcere. Tra loro, c'erano anche l'avvocato tributarista di Pavia Pino Neri, condannato a 18 anni per associazione mafiosa, e l'ex direttore sanitario dell'Asl Carlo Chiriaco, per il quale la pena era stata di 13 anni di carcere per l'accusa di concorso esterno. Per lui era stata anche disposta l'interdizione dai pubblici uffici (cioè non può più ricoprire incarichi pubblici) e la libertà vigilata per tre anni dopo l'espiazione della pena. dall'inviato Maria Fiore wMILANO «Sono stato dipinto come il capo della 'ndrangheta in Lombardia, come colui che ha condizionato la politica con metodi mafiosi. Ma nel frattempo gli affari a Pavia li hanno fatti gli altri, i soliti noti, alcuni anche appartenenti alla compagine dell'amministrazione comunale, la stessa che in questo processo si costituisce parte civile contro di me per chiedere i danni». Pino Neri è un fiume in piena. Ha deciso di prendere la parola in tribunale a Milano, nella tappa del processo d'appello dell'inchiesta "Infinito", nel tentativo di convincere i giudici a rivedere il verdetto del processo di primo grado, che si è concluso per lui con una condanna a 18 anni di carcere per associazione mafiosa. Dichiarazioni spontanee, al termine dell'intervento del suo legale, l'avvocato Roberto Rallo di Como, che si sono trasformate in una vera e propria arringa difensiva anche per gli altri imputati, che hanno ascoltato il suo discorso dietro le sbarre delle gabbie. L'avvocato tributarista Pino Neri ha metaforicamente indossato la toga, e non solo per difendersi. Nel suo intervento ha parlato di Pavia come una città inquinata «da un malaffare diffuso», mentre «in questa città non è stata mai dimostrata l'esistenza di una "locale" di 'ndrangheta». Poi ha ripercorso, in un discorso durato oltre un'ora, le circostanze e i passaggi dell'accusa che avevano convinto i giudici di primo grado. A Neri viene contestato di avere fatto da collante, da anello di congiunzione, tra l'organizzazione della 'ndrangheta in Lombardia e la casa madre calabrese. A metterlo nei guai era stato, in particolare, il discorso tenuto – e intercettato – al circolo Falcone e Borsellino a Paderno Dugnano, alla presenza, per l'accusa, di altri affiliati. «Non ho mai avuto l'intenzione di associarmi con qualcuno per commettere dei reati – ha dichiarato Neri –, la finalità di alcuni incontri era legata a valori della tradizione che con l'organizzazione di stampo mafioso non hanno niente a che vedere. Se devo pagare, voglio che sia per quello che ho fatto, no n per quello che mi si vuole attribuire. Chiedo che questo processo sia alle persone e non alla 'ndrangheta». Il discorso di Paderno, però, per i giudici che avevano pronunciato sentenza di condanna, dimostrerebbe proprio «l'appartenza di Neri alla consorteria, come componente di assoluto rilievo, tanto da essere designato dalla casa madre come garante degli equilibri 'ndranghetistici in Lombardia anche in periodo di crisi, quale quello seguito all'omicidio del boss Carmelo Novella». Un uomo «affidabile», dunque, ma per l'accusa anche in grado di «vantare a Pavia radicati rapporti sociali di alto livello, con professionisti, imprenditori, funzionari pubblici e personaggi impegnati nell'attività politica». Su queste conclusioni Neri si è voluto soffermare, nel tentativo di provare a smontarle. La sua difesa, però, si è trasformata in un atto di accusa. Neri si è scagliato in particolare contro il Comune di Pavia, che anche in questo processo, come in quello di primo grado (dove era stato riconosciuto un risarcimento danni di 300mila euro) è parte civile contro l'imputato insieme alla Regione Lombardia. «Sono stato etichettato come un personaggio al centro del malaffare pavese, ma è noto a tutti che a Pavia gli affari li fanno le lobby, i gruppi di interesse, i soliti noti che con mani raffinate suonano il violino e dirigono le danze», ha attaccato Neri. Parole che l'imputato ha voluto, subito dopo, collegare alla recente inchiesta giudiziaria sull'urbanistica a Pavia, che ha portato agli arresti domiciliari l'ex vicesindaco Ettore Filippi, il politico con cui Neri strinse un accordo elettorale per il sostegno del candidato Rocco Del Prete. Per Neri l'indagine «è la dimostrazione che gli affari a Pavia non li fa la 'ndrangheta. I soldi lasciano traccia e contro di me non ci sono mai state prove di affarismo sfrenato. Quando Filippi venne da me a chiedere appoggio elettorale per il suo candidato – ha aggiunto – ho accettato solo per aiutare un ragazzo, nulla di più. Non avevo bisogno di nulla e nemmeno Filippi mi ha promesso alcunché. Ma quella circostanza è stata letta come il tentativo di infiltrazione della 'ndrangheta nella politica. E invece i "mazzettari" sono operatori di rango, persone che, in alcuni casi, fanno parte dell'amministrazione». Dichiarazioni che il sindaco di Pavia, Alessandro Cattaneo, definisce «di risentimento, pronunciate da chi ha avuto una condanna in primo grado, dove il Comune ha già ottenuto un risarcimento ingente, e che ha ancora un processo in corso. Neri usa la cronaca locale come un appiglio per allontanare l'attenzione dalla sua vicenda. Ha avuto le sue occasioni di parola, ma l'amministrazione andrà avanti a far valere le proprie ragioni». Sulla costituzione di parte civile, che Neri contesta, interviene anche il legale del Comune, l'avvocato Gianluigi Tizzoni: «Ribadisco che è il Comue di Pavia che si costituisce, e quindi la popolazione pavese, non certo personalità fisiche dell'amministrazione. Rimando al mittente le illazioni e le considerazioni fatte dall'imputato». @mariafiore3 ©RIPRODUZIONE RISERVATA