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di Andrea Di Stefano wMILANO La manovra Renzi potrebbe avere un impatto positivo sulla risicata crescita del Pil. Secondo Confcommercio la restituzione di 80 euro in busta paga potrebbe far crescere di un aggiuntivo 0,3% la crescita del Paese per ora ferma allo 0,4% mentre la spesa per i consumi salirebbe dell'1%. Un intervento quasi vitale come ha sottolineato il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, dato che «il reddito pro-capite è sceso ai livelli della metà degli anni '80 e i consumi sono tornati al livello del 1997». L'associazione dei commercianti italiani ieri ha sparato a zero contro la spesa pubblica, denunciando sprechi regionali per 82 miliardi di euro ed evidenziando che nell'ambito delle principali economie avanzate, in Italia la variazione strutturale del peso del settore pubblico non si correla positivamente con la crescita economica. In particolare, la reattività della crescita cumulata del Pil reale tra il 1996 e il 2013 alla variazione della spesa totale al netto degli interessi in rapporto al Pil nello stesso periodo appare decisamente modesta per l'Italia, la peggiore come risultati, ma con forme di inefficienza pressoché simili a quelle di Giappone e Grecia. Paesi scandinavi come Svezia e Finlandia e del Nord-Europa, come Germania, Austria, Olanda, hanno probabilmente tagliato la parte improduttiva di spesa pubblica (fino a 8 punti percentuali nel periodo) razionalizzando le risorse e hanno sperimentato tassi cumulati di crescita, da tre a sei volte superiori a quello dell'Italia (+9,5% nel periodo). Altri Paesi, come Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Spagna, con all'incirca lo stesso incremento cumulato della spesa pubblica in rapporto al Pil dell'Italia (poco più del 5% nel periodo),hanno realizzato anch'essi tassi cumulati di crescita da tre a sei volte superiori quello italiano. Nel nostro Paese, quindi, sottolinea Confcommercio, gli incrementi di spesa pubblica non sembrano produrre impatti significativamente positivi sulla crescita, sia perché si traducono quasi esclusivamente in spesa corrente che in parte fluisce come redditi verso il resto del mondo, via importazioni di beni e servizi, e in parte si disperde in forme di spreco e di malversazioni, sia perché sotto il vincolo stringente di bilancio determinano un continuo inasprimento della pressione fiscale che opera come stimolo negativo dal lato dell'offerta. Una corretta e incisiva spending review può dunque essere la sola strada per liberare risorse da utilizzare nella riduzione del carico fiscale. Per quanto concerne la spesa regionale, il 43,3% delle inefficienze (valutate in 82 miliardi) sono attribuibili a Sicilia, Campania e Lazio: se tutti spendessimo, a testa, quanto i lombardi si risparmierebbero più di 80 miliardi di spesa pubblica per consumi finali. Soldi che invece al momento vanno a finire nelle inefficienze di costo e quindi sprecati. ©RIPRODUZIONE RISERVATA