Lavoro, Cgil e sinistra Pd contro il decreto
di Vindice Lecis wROMA È il decreto delle polemiche quello sul lavoro varato dal governo. Il ministro Poletti spiega che «siamo in una sorta di terra di mezzo, ci vorranno ancora 3-4 anni per vedere gli effetti positivi» del provvedimento. Ma non esclude una verifica dopo sei mesi e «se non va rimettiamo mano, siamo mossi dal pragmatismo». Le norme del decreto puntano alla semplificazione delle precedenti misure targate Fornero. Tra le principali novità: l'aumento da 12 a 36 mesi la durata del rapporto di lavoro a tempo determinato senza specificare la causale, il contratto reiterabile sino a 8 volte, la scomparsa dell'obbligo della forma scritta dei piani formativi. Cade l'obbligatorietà di assumere nuovi apprendisti se non è stato confermato almeno il 30% della precedente tornata. Il nodo dello scontro è l'aumento della criticata flessibilità, introdotta sia nei contratti a termine che nell'apprendistato. Oggi infatti viene data mano libera alle aziende sulle mansioni, prima concessa solo per i primi 12 mesi e ora per tre anni. Alla Cgil il decreto non piace perché «aumenterà la precarietà invece di ridurla» commenta Serena Sorrentino, segretaria confederale. Nel merito, secondo la Cgil, bisogna cambiare la norma sui contratti a termine senza causale e con 8 proroghe che «sancirà il principio della ricattabilità». Inoltre bisognerà riproporre la formazione e i contratti di solidarietà. Il decreto non piace anche a Stefano Fassina (Pd) che minaccia di non votarlo alla Camera. Per l'ex viceministro dell'Economia «è più grave dell'abolizione dell'articolo 18» perché siamo invece «di fronte a una regressione del mercato del lavoro, e aumenta in modo pesantissimo la precarietà». Favorevole il mondo delle imprese, a cominciare da Giorgio Squinzi. Il presidente di Confindustria esprime un «giudizio positivo» perché «in linea con le aspettative» dei datori di lavoro. E l'imprenditrice Federica Guidi, ministro dello Sviluppo economico, si spinge oltre. Altro che articolo 18, dice, nel mercato del lavoro serve più «flessibilità in ingresso» ma anche più «flessibilità in uscita». Lo stesso Poletti non vuole calcare la mano senza tener conto delle numerose critiche che bersagliano il decreto. L'obiettivo di molti è cambiarlo alla Camera. «Non trattandosi di un dogma - afferma Cesare Damiano presidente della commissione Lavoro - si potrà come di consueto intervenire con alcuni aggiustamenti». ©RIPRODUZIONE RISERVATA