IL VERO VINCITORE È ALFANO
di ANDREA SARUBBI Se con il governo Letta non si fanno le riforme, aveva detto Matteo Renzi in piena campagna per le primarie Pd, finish. E lo aveva ripetuto anche da presidente del Consiglio, due mesi dopo, negli interventi per la fiducia sia alla Camera che al Senato. Il pastrocchio che sta venendo fuori sulla legge elettorale, però, dice esattamente il contrario: sarà finish, ovvero si potrà andare al voto, solo se le riforme verranno fatte; altrimenti, con l'incubo di una maggioranza a Montecitorio e una palude a Palazzo Madama, questo governo dovrà restare in piedi fino al 2018. Con un potere di ricatto immenso da parte di chi ne detiene la golden share, ovvero il Nuovo centrodestra, a meno che gli equilibri parlamentari non cambino. Può darsi che la fortuna aiuti gli audaci, e che arrivino in soccorso a Renzi gli espulsi Cinquestelle mischiati a qualche fuoriuscito di Sel: in quel caso, si bilancerebbe la maggioranza - anche numericamente - a sinistra e il Pd sarebbe ancora in grado di dare le carte, se riuscisse a non dipendere da un solo alleato. Ma al momento è solo un'ipotesi, mentre la realtà dice che i più entusiasti della monolegge (copyright del deputato democratico Roberto Giachetti, già digiunatore anti-Porcellum, in queste ore non propriamente raggiante) siedono dalle parti di Alfano: hanno bisogno di organizzare il partito e hanno il tempo di farlo stando al governo, controllando diversi ministeri importanti, essendo determinanti nei numeri e sapendo che comunque l'alternativa li premierebbe. Se infatti si andasse al voto con il Consultellum, ovvero il Porcellum mozzato dalla Corte, sarebbe quasi impossibile fare una nuova maggioranza senza di loro. Renzi e il Pd, naturalmente, cercano di difendere l'accordo. E nelle interviste mettono l'accento sulle riforme iniziate, come promesso, dando quasi per scontata la fine del bicameralismo perfetto: cosa buona e giusta, per carità, ma così poco gradita al legislatore di turno che se ne parla da diverse decadi e il Senato è ancora lì, con le stesse funzioni di sempre. Se la riforma è così certa, perché non si parte da lì? E se non è certa, perché si approva una legge-manifesto che, così com'è, non serve a nulla? La risposta, purtroppo, è più banale di quanto sembri: per poter mettere una bandierina, per poter rivendicare un obiettivo raggiunto anche se l'obiettivo è ancora a diversi chilometri. Nella vita normale, nessuno comprerebbe ai figli il vestito di nozze prima ancora di averli concepiti; in questa fase politica, invece, l'elettorato è così sfiduciato da tutto che rischia di accontentarsi dei simboli, purché facciano intravedere un progetto di cambiamento. Chi è davvero contento per il pastrocchio, invece, non ne spiega le ragioni pubblicamente. A Berlusconi, ad esempio, non dispiace scongiurare la possibilità di un voto in tempi rapidi: solo al termine dei servizi sociali, infatti, potrà tornare a fare campagna elettorale per le piazze e i teatri, per Marina o chiunque altro. A diversi parlamentari che non verrebbero ricandidati, di qualsiasi gruppo politico, certamente non pesa evitare le elezioni anticipate e prolungare il proprio impegno fino al termine della legislatura. Per molte forze di opposizione che oggi non vincerebbero, infine, è preferibile vedere Renzi rosolarsi sullo spiedo delle larghe intese piuttosto che governare con una maggioranza politicamente coesa. Ma è indubbio che, finora, la montagna abbia partorito mezzo topolino. Si poteva fare di più, nelle condizioni date? Forse no, ma allora per arrivare a un risultato del genere non sarebbe stato necessario nemmeno un cambio di governo. In ogni caso, farlo passare per una rivoluzione è una forzatura controproducente, che nel breve periodo può accrescere consenso ma nel lungo rischia di far perdere credibilità. ©RIPRODUZIONE RISERVATA