Le famiglie: così lottiamo per garantire futuro ai figli

di PIERANGELA FIORANI Non passa giorno ormai senza che si legga sui giornali che gli italiani sono un po' più poveri. Più della metà si sente scivolata nella classe medio bassa. Secondo i dati divulgati dall'Osservatorio di Pavia per la Fondazione Unipolis insieme a quelli dell'Osservatorio europeo, di cui dava notizia anche ieri Repubblica, la crisi e la paura del futuro sono i sentimenti che si intrecciano. A pesare prevalentemente è l'insicurezza economica. Ma c'è anche la paura di perdere il lavoro e pure quella di perdere la pensione. E sono proprio questi i discorsi che si fanno all'interno delle famgilie dove però la parola «resistere» è un obbligo. Soprattutto se ci sono i figli. Piccoli, che vanno a scuola, a cui bisogna cercare di garantire la possibilità - se lo vogliono - di fare l'università. Che bisogna aiutare a trovare lavoro. «Per loro siamo disposti a tutto», è il pensiero dominante dei genitori. A tutte le età. In tutte le condizioni. Angelo, 58 anni (ha cominciato a lavorare a 15) artigiano in pensione (prende 816 euro al mese) dice: «Non mi lamento della mia pensione perché uno prende in base a ciò che ha versato. E fino a qualche mese fa con il mio lavoro ci lasciavo comunque tra il 70 e il 75% in tasse. Io e mia moglie, che lavora ancora part time in un'azienda privata e che avrà – quando sarà in pensione – 1400 al mese, abbiamo una casa di proprietà e non vivremmo male». Se non che... «Abbiamo un figlio di 21 anni che fa ancora l'università fuori Pavia e dunque ha bisogno di noi in tutto e per tutto, ce n'è un altro di 23 che lavora a partita Iva e non guadagna più di 800 euro al mese». Come fa? «Abita ancora con noi, naturalmente, mangia con noi e lo aiutiamo nelle spese. L'altro giorno mi ha chiesto di andare a versargli i contributi Inps di tre mesi: 882 euro. Insieme mi ha dato anche il suo assegno mensile da portare in banca: 776 euro». «Come vedo la situazione in generale? - riprende Angelo - L'80% dei nostri politici non sa quanto costa un chilo di pane. E tanti professionisti e manager pubblici, con cui ho avuto a che fare per il mio lavoro, non si preoccupano minimamente se la loro auto si ferma e magari si trovano un conto di 5-6-700 euro per la riparazione. La mia macchina ha bisogno proprio adesso un intervento da 300 euro e ci devo pensare su mica poco». «Non mi va di essere polemico ma il problema è che non toccano con mano la realtà quotidiana. Vorrei che chi fa politica lo facesse con spirito di servizio, di vocazione. E poi, una volta finito il mandato, tornando a casa, ritrovasse il suo lavoro e lo stipendio di sempre non pensioni d'oro e mille indennità che consentono di vivere per sempre di rendita». A proposito di un chilo di pane Angelo ha messo in atto, come tanti pensionati, una vera strategia per la spesa. «Vado in un certo posto a comprare l'acqua naturale, la gasata invece in un altro dove un cestello da sei bottiglie da un litro e mezzo lo pago intorno agli 80 centesimi. Sei per 80 centesimi, mi spiego? Ed è buona. Un altro posto ancora, dove andavo prima a comprare la frutta, ha allargato da poco e adesso vende di tutto: trovo carne, formaggi. Certo non guardo il prezzo al pezzo ma, come mi ha insegnato mia moglie, sto attento al costo al chilo. Le differenze si colgono, eccome. Ci organizziamo anche per sfruttare le offerte speciali pubblicizzate con volantini o sul giornale. Ma sto attento a non farmi prendere la mano, non mi allargo oltre i prodotti scontati. Ancora, tengo gli scontrini per fare poi, a casa, un confronto più attento». Una bella lezione di economia domestica, non c'è che dire. «Chi lavora magari non ce la fa a stare dietro a tutti questi conti ma io sono sempre stato attento (anche prima non si nuotava nell'oro) e se risparmio anche solo 10 euro al mese alla fine dell'anno ho 120 euro in più in tasca. E le casse familiari ne hanno un vantaggio». Alessio, 34 anni, ha la sicurezza di un assegno da ricercatore dell'università. «Sì, ma solo fino all'anno prossimo. Finora mi è andata bene perché ho vinto i bandi che mi si sono presentati. Ma ogni volta si ricomincia da capo. Con mia moglie, insegnante precaria con incarichi annuali o di sostegno alle superiori, abbiamo un bimbo di sei mesi. Ora lei è in maternità. Il nido? Costa, d'altra parte non abbiamo i genitori vicini. Il loro aiuto però c'è e ci saranno certamente loro a fare da paracadute nel momento in cui troveremo una casa più grande che a questo punto è indispensabile». Ancora i genitori. Sì, perché tocca rivolgersi a loro anche solo per una garanzia formale se si va in banca per un mutuo. «E non solo per quello - dice Isabella, 30enne, medico specializzando, anche lei con figlio piccolo e un marito che lavora in un ospedale della provincia, ma in regime di libera professione -. A noi hanno chiesto che qualcuno facesse da garante per il finanziamento legato all'acquisto dell'auto. Si andava oltre il mio contratto da specializzanda che scade tra qualche mese e dunque ecco entrare in campo un genitore». La tentazione di fuggire, di andare all'estero c'è. «Per ora non è una necessità - ragiona Alessio. E c'è il bimbo molto piccolo... Ma forse lo diventerà. Ho diversi amici fuori dall'Italia. Molti di loro lavorano a tempo indeterminato, ma anche quelli che non lo sono possono contare su un mercato più fluido. Soprattutto nell'università». Quando il lavoro non c'è, o non c'è più, o va e viene come nel caso di Annalisa, 45enne separata senza alimenti e madre di un ragazzo di 12 anni serve mettere in atto strategie più complesse. Ma è sempre la famiglia che riesce a fare da cuscinetto per attutire situazioni che altrimenti diventerebbero insostenibili. «Abbiamo unito le nostre forze facendo casa comune». Con chi? «Anche con la nonna, 90enne, che stava in affitto da un'altra parte. In questo modo c'è un affitto in meno e poi c'è la pensione di lei che è buona perché ha lavorato tanti anni come infermiera dentro una struttura ospedaliera». Ed eccola lì nonna Enrica, seduta nella sua poltrona con accanto il genero Luigi, 66 anni, pure lui pensionato ma con un assegno mensile più povero del suo «per una storia di lavoro con più alti e bassi». Ci sono anche la nipote Annalisa e il pronipote Simone. Si preparano a una semplice cena con gli amici («facciamo la polenta con la frittura che non costa molto ma ci dà l'occasione per stare in compagnia, una cosa a cui cerchiamo di non rinunciare»). A cosa si rinuncia invece? «Alle vacanze, da anni - dice Annalisa - A meno che un amico ci inviti per qualche giorno al mare. Per Simone c'è il centro estivo della parrocchia o del Comune e si va un poco in piscina. Si rinuncia anche ai ristoranti, naturalmente. Ogni tanto, ma davvero poche volte l'anno, la pizza. Io e mio padre, anche se ne abbiamo bisogno perché abitiamo fuori città, ci accontentiamo di una vecchia auto in due». E poi? «Niente abiti, o borse, o scarpe nuove. Tranne che per il ragazzino, naturalmente». E tra le cose a cui non si può dire di no? «Le tecnologie. Ecco quelle proprio non ce le neghiamo. Vuol dire stare comunque al passo con i tempi e non negare il futuro al bambino». Anche nonna Enrica non ha avuto vita facile. «Sono rimasta vedova a 29 anni. Avevo una bimba, mi sono messa a lavorare e vivevo nel convitto delle infermiere durante la settimana. Andavo a casa solo la domenica». «Il disastro - lamenta ora Luigi, che a suo tempo si era laureato e non aveva avuto problemi a trovare un lavoro - è stato l'euro. Quasi da un giorno all'altro al supermercato quello che costava mille lire è costato un euro. Lì ho capito che ci avevano fregati. Eppure abbiamo avuto momenti in cui eravamo quasi ricchi. Erano gli anni Settanta, ero giovane, sposavo la ragazza di cui ero innamorato e con il primo stipendio sono riuscito a cambiare la macchina. Poi gli stipendi si sono livellati, è arrivata l'inflazione a due cifre. Eppure la mia generazione è stata più fortunata di quella dei nostri figli. Per loro chissà cosa succederà». Annalisa anche da laureata (laurea breve, in teoria professionalizzante) non ha mai trovato un lavoro fisso. «Mi sono sempre data da fare ma con stipendi sempre ballerini. Tante volte anche pagata in nero». E nel futuro? «Una speranza che torna. Comincerò tra qualche settimana un lavoro da baby sitter, 800 euro al mese, in regola con i bollini. Ho molta voglia. E fiducia. Spero che le cose vadano meglio. Simone cresce e anche le spese aumentano». Per lui Annalisa vorrebbe tanto. Tutto. Intanto anche lui è ingaggiato, quando serve, a far compagnia alla nonna che non può più stare in casa da sola. E se non ci sono Annalisa e Luigi, tocca a Simone. Che risponde prontamente quando c'è bisogno di lui.