LA CITTà CHE MUORE
di Filiberto Mayda wVOGHERA A Voghera l'area dismessa la trovi anche nel suo salotto buono, piazza Duomo. È l'edificio che insiste su vicolo Magnanino, parzialmente crollato il 21 settembre 2007, messo solo in sicurezza e mai recuperato. Ma tutta la città, in questi anni, ha visto spuntare aree dismesse, piccole e grandi: dalle vecchie fabbriche chiuse per sempre alle operazioni immobiliari mai iniziate o rimaste a metà, dalle palazzine travolte da un fallimento o da un pignoramento al piccolo edificio mai più abitato e oggi abusivo dormitorio di sbandati o immigrati irregolari. Una Voghera, dunque, più povera, sporca, dimenticata, pericolosa. Il sindaco Carlo Barbieri allarga le braccia e dice: «Facciamo quello che possiamo. Nessuno compra più gli edifici messi all'asta, per l'ex macello siamo scesi tre volte di prezzo, niente... E allora proviamo a inventarci una destinazione diversa, penso all'housing sociale, ma tutto costa e abbiamo vincoli di bilancio». Problemi di risorse che fanno sì che dopo mezzanotte i controlli siano davvero pochissimi, anche da parte di polizia e carabinieri. Chi abita vicino a queste aree lo sa benissimo. «Ci sono state due rapine, durante il giorno non ci sono problemi, dentro ci lavorano ancora, ma la notte...», dice Giorgio Poggi, vicepresidente del Centro sportivo vogherese, che sta proprio di fronte all'ex dogana, in via Toscana. La pensa così anche Giorgio Camporotondo, che abita a due passi dall'area dismessa: «Speriamo che vada avanti il progetto di recupero - commenta mostrando il frontalino dell'autoradio - perché i problemi ci sono. La sera c'è poca luce, hanno rimosso anche un lampione, e rubano nelle auto. E' successo anche a me». Non tutti si lamentano: l'area dismessa di fronte alla stazione ferroviaria, l'ex hotel Giardino, è un cantiere aperto da anni, spesso abitato abusivamente. Ma sullo spazio fangoso in inverno e polveroso in estate, si affacciano solo le finestre degli uffici di avvocati, commercialisti, società finanziarie. Per loro il problema è secondario, la sera si chiudono le porte e addio. Ma è anche una questone di decoro urbano: quale sia il destino, in via Montebello, del quadrilatero di erbacce, rifiuti e misteriosi pezzi di metallo abbandonati, adiacente ai giardini dell'Esselunga, non lo sa nessuno. Uno spettacolo desolante è offerto all'estrema periferia sud di Voghera, in uno dei quartieri cittadini di più recente costruzione, da due immensi scheletri di cemento. Lì, tra all'incrocio tra via Salvo D'Acquisto e via Mollino (proprio accanto al Campo Giovani), spicca come un pugno nell'occhio tra file di palazzine ordinate dai colori accesi uno stabile mai completato che non solo è brutto da vedere, ma è anche pericoloso: «In quel punto - ci indicano Giorgio e Anna Maria Bosoni, abitanti della zona- la rete del cantiere è stata divelta e come mostrano gli oggetti abbandonati e le scritte sui muri è ovvio che di tanto in tanto ci entri qualcuno a fare chissà cosa». «Qualche anno fa- ha raggiunto poi Caterino Serra - dei ragazzi che venivano a giocare ci trovarono anche un morto, un banchiere che era scomparso da casa più di un anno prima». Dal capo opposto di Voghera, nel quartiere più a nord, ad avere una storia losca è un palazzo abbandonato in via Carducci, adiacente ai binari della ferrovia. «Qui- spiega la signora L. S.- qualche anno fa era un andirivieni continuo, venivano a dormirci i barboni e si sentivano rumori e schiamazzi a tutte le ore. Poi un anno e mezzo fa circa sono intervenute le forze dell'ordine e la porta da cui entravano è stata murata, così il problema è stato risolto ma continua a rimanere in stato di abbandono». Ma di case dimenticate per i motivi più diversi è piena Voghera e non si tratta solo di ruderi: per quanto impenetrabile a sfaccendati o malintenzionati, nella centralissima via Carlo Pezzani suscita quantomeno un po' di tristezza l'incuria in cui versa quella che era la splendida abitazione di Carlo Venezia, noto commercialista della zona scomparso circa un anno e mezzo fa. Dietro il portone finemente intagliato, infatti, le magnolie e le palme del giardino sono state lasciate a sé stesse, l'edera è arrivata ad adagiarsi sulla strada e la stessa facciata della casa, fra una tapparella rotta e l'intonaco ormai da rifare, ha assunto l'aspetto tipico dell'abbandono. «In questo caso - spiega un vicino di casa- credo che il problema sia che questa è solo una delle tante proprietà della famiglia, che non vivendoci non ha interesse a mantenerla in ordine». Non solo disagio. Si può anche aver paura. «Non facciamo un passo se non abbiamo l'allarme inserito». Gabriele Capuzzo racconta lo stato d'animo di una delle quattro famiglie che vivono in fondo a via Arcalini. Davanti al gruppo di villette che si trovano nel tratto finale della strada c'è un edificio abbandonato: si tratta della vecchia fornace di via Arcalini dell'azienda Valdata (ex colosso dei laterizi del basso Oltrepo Pavese) che è andata all'asta. L'edificio è fatiscente e facilmente penetrabile, regolare ricovero di extracomunitari e disperati: si può entrare passando dalla ferrovia oppure semplicemente rimuovendo il cancello arrugginito nella parte frontale. Il grande stabile viene utilizzato da inquilini abusivi, che lo usano come tetto per dormire la notte, ma non solo. Per chi vive nelle case di fronte allo stabile, uscire la notte può essere una brutta esperienza: proprio nelle ore notturne c'è un via vai di auto che lasciano sacchi vicino ai cassonetti che poi vengono raccolti da ragazzi che arrivano a piedi. Strani movimenti. All'interno dell'ex fornace Valdata e nel cortile ci sono segni evidenti che la zona è frequentata: dentro al box si vedono bottiglie, coperte, materassi, scarpe ammassate. I muri sono imbrattati, molti vetri rotti e le persiane danneggiate. Un altro edificio abbandonato è quello in viale Marx che ospitava gli uffici della Regione. «Lo ricordo – racconta Marco Scaglia –. Prima c'erano alberi e erbacce, ora è stato ripulito». L'edificio è in stato di degrado e il cortile è meta di gatti randagi che vengono sfamati da alcuni cittadini . L'ex caserma Scalo di via dei Mille è disabitata da circa sette anni, prima era stata la casa di una famiglia che collaborava con la giustizia. «Io sono qua da circa quindici anni – spiega Fabio Frigoni che lavora nel capannone di fronte allo stabile di proprietà comunale -, da quando non ci abita più nessuno». Anche l'ex consorzio di via Lomellina è un edificio chiuso e diroccato, ma la presenza di una telecamera garantisce sicurezza. (hanno coll. Serena Simula e Marco Quaglini)