LE TROPPE AMNESIE DELL'EUROPA
di ALBERTO F. D'ARCAIS Cento morti in tre giorni, in Ucraina è guerra civile. Come sempre accade in questi casi, non tutti i torti o tutte le ragioni sono dalla stessa parte, ma primo responsabile della carneficina in corso a piazza Maidan rimane il presidente Viktor Yanukovich. È lui che ha ordinata alle forze di sicurezza di sparare ad altezza d'uomo, è lui che dopo aver aperto (a parole) il dialogo con l'Unione Europea («un esempio di successo politico, economico e sociale») ha fatto marcia indietro subendo il ricatto energetico della Russia di Putin dicendo no all'accordo di "associazione alla Ue" che aveva promesso («abbiamo il desiderio di diventare un giorno membri dell'Europa a pieno titolo»). Ed è lui che con la repressione della piazza - anche quando era pacifica - ha permesso alle bande di estrema destra di diventare il braccio violento della rivolta. Non è l'unico responsabile. Ha molte colpe anche quell'Europa che per troppo tempo ha tollerato le sistematiche violazioni dei diritti umani del regime di Kiev, la lunga prigionia (e il processo farsa) di Yulia Timoshenko, la popolare leader della "rivoluzione arancione", che nel gennaio 2005 divenne primo ministro e dall'estate 2011 marcisce in carcere. Anche in suo nome i leader dell'opposizione hanno piú volte lanciato disperati appelli all'Europa, chiedendo gesti non solo simbolici, aiuti economici e una corsia preferenziale per entrare nell'Unione Europea, ricevendo in cambio solo belle parole e inutili promesse. Ed è emblematico dell'impotenza europea il fatto che la strage di piazza Maidan sia in corso proprio mentre la "troika" europea (i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Polonia) si trova a Kiev. Una colpa (minore) l'ha anche l'amministrazione Obama. L'oscillante politica estera della Casa Bianca, le sue contraddizioni e le troppo facili critiche all'Europa evidenziate dalla battuta di Victoria Nuland (braccio destro del Segretario di Stato John Kerry) intercettata dai servizi segreti russi e finita su YouTube («l'Europa si fotta») non assolvono una evidente mancanza di strategia nella "guerra diplomatica" per limitare la creazione di nuovi Stati-satellite (in stile vecchia Unione Sovietica) che lo zar Putin porta avanti con cinismo. Ieri Obama ha interrotto brevemente il cerimoniale della sua visita in Messico per condannare le violenze della polizia di Kiev: «Siamo scandalizzati dalle immagini delle forze di sicurezza ucraine che sparano con armi automatiche contro il proprio popolo. Chiediamo che il presidente Yanukovich ritiri immediatamente le sue forze e rispetto il diritto di manifestare pacificamente». Ma resta Putin, il presidente russo che viene dal Kgb, il vero artefice dell'attuale situazione, ed è lui, per ora, il grande vincitore della sanguinosa crisi. Difficile che si trovi un accordo indolore per qualcuna delle parti in causa. Storicamente l'Ucraina è divisa in due per motivi politici ed economici ma anche religiosi ed etnici. Con la parte orientale (la zona delle grandi miniere, dove si parla russo e si è fedeli al Patriarcato ortodosso moscovita) che guarda e obbedisce al Cremlino e quella occidentale (dove si parla ucraino e gli ortodossi hanno come punto di riferimento, nello spirito uniate, la Chiesa di Roma) che guarda all'Europa e alla vicina Polonia come esempio da seguire. Su tutto aleggia il grande business che fa da sfondo alla guerra civile: la questione energetica. Attraverso l'Ucraina transita il gas russo, con Mosca che controlla i rubinetti e Kiev che vorrebbe ridurre i costi (attualmente paga 400 dollari per mille metri cubi di metano). Putin ha fatto balenare l'ipotesi di una forte riduzione, in cambio vuole l'adesione dell'Ucraina all'unione doganale con Russia, Bielorussia e Kazakistan. Per ottenerla è pronto a calpestare le speranze di un popolo. Tocca all'Europa e agli Usa provare a fermarlo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA